Quatro Capitolo

Lella Zainab, 64 anni, numerologa

Athena? Che nome interessante! Vediamo… Il suo Numero Massimo è il 9. Ottimista, socievole, brava a farsi notare in mezzo a una folla. Le persone le si devono avvicinare in cerca di comprensione, misericordia, generosití , e proprio per questo lei deve agire con grande attenzione, giacché il suo desiderio di popolarití  puí² darle alla testa – e lei finirí  pií¹ per perdere che per guadagnare. Inoltre deve tenere a freno la lingua, poiché tende a parlare pií¹ di quanto detti il buonsenso.

Quanto al suo Numero Minimo, è l’11. Penso che aspiri a un qualche ruolo di guida. Nutre un marcato interesse per i temi mistici, attraverso i quali cerca di apportare armonia nell’esistenza di tutti coloro che le stanno intorno.

Ma questo contrasta apertamente con il numero 9, che è la somma del giorno, del mese e dell’anno della sua nascita, ridotta a un’unica cifra: sarí  sempre soggetta a invidia, tristezza, introversione e decisioni impulsive. Deve prestare attenzione alle seguenti vibrazioni negative: eccessiva ambizione, intolleranza, abuso di potere, stravaganza.

In considerazione di questo conflitto, credo che dovrebbe dedicarsi a qualcosa che non implichi un contatto emotivo con le persone: un lavoro nel campo dell’informatica o dell’ingegneria, per esempio

Morta? Scusi. Che cosa faceva, insomma?

Che cosa faceva Athena, insomma? Athena fece un po’ di tutto ma, se dovessi riassumere la sua vita, direi che era una sacerdotessa che comprendeva le forze della Natura. O pií¹ esattamente: era una persona che, per il semplice fatto di non avere molto da perdere o da aspettarsi dalla vita, rischií² in misura assai maggiore degli altri e finí¬ per trasformarsi nelle forze che riteneva di poter dominare.

Fu commessa in un supermercato, bancaria, venditrice di terreni, e in ognuna di queste posizioni non smise mai di rivelare la sacerdotessa che aveva dentro di sé. Ho vissuto con lei per otto anni, e mi sento in obbligo di recuperare la sua memoria, la sua identití  – è qualcosa che le devo.

Durante la raccolta di queste testimonianze, la cosa pií¹ difficile è stata convincere le persone a permettermi di usare il loro vero nome. Alcune dicevano di non voler essere implicate in questo tipo di storia, altre cercavano di dissimulare le loro opinioni e i loro sentimenti. Ho spiegato che il mio unico intento, il mio vero scopo era quello di far sí¬ che tutti gli individui coinvolti la capissero meglio – inoltre, nessuno avrebbe creduto a testimonianze anonime.

Poiché ciascuno degli intervistati riteneva di possedere la sola versione attendibile di qualsiasi avvenimento – per quanto insignificante fosse -, tutti hanno finito per accettare. Durante le conversazioni, ho potuto notare che le cose non sono assolute, ma esistono a seconda della percezione del singolo: spesso la maniera migliore per sapere chi siamo è quella di cercare di scoprire come ci vedono gli altri.

Cií² non vuol dire che faremo quello che si aspettano: ma almeno riusciremo a comprendere meglio. Sí¬, ad Athena questo glielo devo.

Recuperare la sua storia. Scrivere il suo mito.

Samira R. Khalil, 57 anni, casalinga, madre di Athena

Non la chiami Athena, per favore. Il suo vero nome è Sherine: Sherine Khalil, figlia amatissima, enormemente desiderata, al punto che sia io che mio marito avremmo voluto generarla!

Ma la vita aveva altri piani – quando la generosití  del destino si dimostra molto grande, c’è sempre un pozzo dove tutti i sogni possono precipitare.

Vivevamo a Beirut, al tempo in cui veniva considerata la pií¹ bella cittí  del Medio Oriente. Mio marito era un industriale di successo; ci eravamo sposati per amore, ogni anno compivamo un viaggio in Europa; avevamo molti amici, eravamo invitati a tutti gli eventi mondani e, una volta – si figuri! -, ricevetti addirittura a casa mia un presidente degli Stati Uniti! Furono tre giorni indimenticabili: in due, i servizi segreti americani perquisirono ogni angolo dell’edificio (presidiavano il quartiere da pií¹ di un mese: occuparono posizioni strategiche, affittando appartamenti o travestendosi da mendicanti o da coppie di innamorati). Poi ci fu il giorno della festa – o, pií¹ esattamente, due ore. Non dimenticherí² mai l’invidia negli occhi dei nostri amici e la gioia di poter avere qualche fotografia accanto all’uomo pií¹ potente del pianeta.
Avevamo tutto, tranne quello che pií¹ desideravamo: un figlio. Quindi, non possedevamo niente.

Tentammo ogni tipo di soluzione: facemmo voti, ci recammo in luoghi dove, a detta di moltissima gente, avvenivano miracoli; consultammo medici e guaritori, prendemmo medicine e ingurgitammo elisir e pozioni magiche. Per due volte, mi sottoposi all’inseminazione artificiale, ma persi il bambino. Nella seconda occasione, ci rimisi anche l’ovaio sinistro, e non riuscii pií¹ a trovare alcun medico che volesse arrischiarsi in un’altra avventura del genere.
Fu allora che uno dei molti amici che conosceva la nostra situazione ci suggerí¬ l’unica via d’uscita possibile: adottare un bambino. Disse che aveva dei contatti in Romania, e che non ci sarebbe voluto molto.

Un mese dopo, prendemmo un aereo: quell’amico aveva importanti rapporti d’affari con il dittatore che governava il paese all’epoca, e del quale non ricordo il nome (N.d.R.: Nicolae Ceaus¸escu), cosicché riuscimmo a evitare ogni iter burocratico e ci recammo in un centro di adozione a Sibiu, in Transilvania. Lí¬ ci aspettavano con caffè, sigarette, acqua minerale; tutta la documentazione era gií  pronta, per cui bastava solo scegliere il bambino.
Ci condussero in un nido, nel quale faceva molto freddo – e io mi ritrovai a pensare come potessero lasciare quelle povere creature in una simile condizione. D’istinto, avrei voluto adottarle tutte, portarle nel nostro paese dove c’erano il sole e la libertí , ma chiaramente era un’idea folle. Passeggiammo fra le culle, dalle quali si levavano strilli e pianti, terrorizzati dall’importanza della decisione che dovevamo prendere.

Per oltre un’ora, né mio marito né io pronunciammo una sola parola. Uscimmo, bevemmo del caffè, fumammo qualche sigaretta, rientrammo – e questo si ripeté varie volte. Notai che la donna incaricata dell’adozione cominciava a spazientirsi: bisognava decidere subito. In quel momento, seguendo un istinto che oserei definire “materno” – come se avessi incontrato un figlio che doveva essere mio in questa incarnazione, ma che era arrivato sulla terra attraverso un altro ventre -, indicai una bambina.

L’incaricata ci suggerí¬ di riflettere ancora: proprio lei, che sembrava tremendamente impaziente per il nostro indugio! Ma ormai ero decisa.

Comunque, con enorme cautela, cercando di non ferire i miei sentimenti (pensava che avessimo delle conoscenze nelle alte sfere del governo), mi sussurrí², facendo in modo che mio marito non udisse:

“So che non andrí  a finire bene. íˆ figlia di una zingara.”

Risposi che una cultura non si puí² trasmettere attraverso i geni – e la bambina, che aveva appena tre mesi, sarebbe stata figlia mia e di mio marito, educata secondo i nostri costumi. Avrebbe conosciuto la chiesa che frequentavamo, le spiagge dove andavamo a passeggiare; avrebbe letto i libri in francese, studiato alla scuola americana di Beirut. Inoltre, non avevo alcuna informazione – e continuo a non averne – sulla cultura gitana. So solo che gli zingari viaggiano, non sempre fanno il bagno, ingannano gli altri e portano un orecchino al lobo. Le dicerie vogliono che rapiscano i bambini per portarli lontano con le loro carovane, ma lí¬ stava accadendo esattamente il contrario: avevano abbandonato una piccina, perché me ne prendessi cura io.

La donna tentí² ancora di dissuadermi ma, in quel momento, io stavo gií  firmando le carte e chiedendo a mio marito di fare altrettanto. Di ritorno a Beirut, il mondo sembrava diverso: Dio mi aveva dato una ragione per vivere, per agire, per lottare in questa valle di lacrime. Ora avevamo una creatura che giustificava tutti i nostri sforzi.

Sherine crebbe in saggezza e bellezza – credo che sia qualcosa che tutti i genitori dicono dei figli, ma penso che lei fosse davvero una bambina eccezionale. Un pomeriggio, quando aveva ormai cinque anni, uno dei miei fratelli mi disse che, se avesse voluto lavorare all’estero, il suo nome avrebbe sempre denunciato la sua origine: ci suggerí¬ di cambiarlo con uno che non rivelasse assolutamente niente – Athena, per esempio. Certo, oggi so che Athena non indica soltanto la capitale di un paese, ma anche la dea della saggezza, dell’intelligenza e degli aspetti pií¹ nobili della guerra.

Probabilmente mio fratello non solo sapeva questo, ma era anche consapevole dei problemi che un nome arabo avrebbe potuto procurare alla bimba in futuro: poiché era impegnato in politica, come tutta la nostra famiglia del resto, desiderava proteggere la nipote dalle nuvole nere che lui – soltanto lui – scorgeva all’orizzonte. íˆ sorprendente il fatto che il suono della parola piacque subito a Sherine. Nel giro di un pomeriggio, comincií² a riferirsi a se stessa come ad Athena, e nessuno riuscí¬ pií¹ a toglierle quel nome dalla mente. Per compiacerla, lo adottammo anche noi, pensando che ben presto la fissa sarebbe scomparsa.
íˆ possibile che un nome influisca sulla vita di una persona? Sí¬, perché il tempo passí², quel nome resistette, e noi finimmo per adattarci.

Quando era appena adolescente, ci accorgemmo che aveva una certa vocazione religiosa: trascorreva molto tempo in chiesa, conosceva i vangeli a memoria – e questo era, contemporaneamente, una benedizione e una maledizione. In un mondo che cominciava a essere sempre pií¹ diviso dalle credenze religiose, io temevo per la sicurezza di mia figlia. A quell’epoca, Sherine aveva iniziato a parlarci di alcuni amici invisibili, come se fosse la cosa pií¹ normale del mondo – angeli e santi, di cui vedeva le immagini nella chiesa che frequentavamo. Certo, tutti i bambini hanno delle visioni, sebbene dopo una determinata etí  se ne ricordino raramente. Hanno l’abitudine di considerare viventi cose inanimate, come le bambole o le tigri di peluche. A un certo punto, pensai che stesse esagerando: accadde quando, un giorno, andai a prenderla a scuola e mi disse di aver visto “una donna vestita di bianco, simile alla Vergine Maria”.

Io credo negli angeli, certo. Sono addirittura convinta che gli angeli conversino con i bambini: ma quando si tratta di apparizioni di persone adulte, le cose cambiano. Conosco una serie di storie di pastorelli e giovani contadini che hanno affermato di aver visto una donna in bianco, e quel fatto è arrivato a distruggergli l’esistenza – perché le persone cominciano a cercarli nella speranza di un miracolo, i preti entrano in agitazione, i paesi si trasformano in mete di pellegrinaggi, e i poveri ragazzini finiscono per trascorrere la vita in un convento. Dunque, mi preoccupai molto per questa faccenda: a quell’etí , Sherine avrebbe dovuto pensare piuttosto ai trucchi, a smaltarsi le unghie, a guardare sceneggiati romantici o programmi per adolescenti alla tiví¹. C’era qualcosa che non andava in mia figlia, e cosí¬ mi rivolsi a uno specialista.

“Si rilassi,” disse il dottore.

Per il pediatra specializzato in psicologia infantile, come per la maggior parte dei medici che si occupano di queste problematiche, gli amici invisibili sono una sorta di proiezione dei sogni e aiutano il bambino a scoprire i propri desideri, a esprimere i propri sentimenti in maniera inoffensiva.

“Ma una signora in bianco…?”

Rispose che, forse, il nostro modo di vedere o spiegare il mondo era compreso con difficoltí  da Sherine. Suggerí¬ che, a poco a poco, preparassimo il terreno per rivelarle che era stata adottata. Secondo lo specialista, la peggior cosa che poteva capitare era che lo scoprisse da sola – avrebbe cominciato a dubitare di tutti. Avrebbe potuto arrivare ad assumere comportamenti imprevedibili.

Da quel momento, modificammo il tipo di dialogo che avevamo con lei. Non so se l’essere umano sia in grado di ricordare cosa gli è accaduto all’epoca in cui era in fasce: in qualsiasi caso, noi ci sforzammo per dimostrarle quanto era amata, per farle capire che non aveva pií¹ bisogno di rifugiarsi in un mondo immaginario. Doveva comprendere che il suo universo visibile era davvero il pií¹ bello, che i suoi genitori l’avrebbero protetta da qualsiasi pericolo, che Beirut era splendida e le spiagge erano sempre piene di sole e di gente. Senza voler minimamente gareggiare con la famosa “signora”, cominciai a trascorrere pií¹ tempo con mia figlia e invitai i suoi compagni di scuola a frequentare la nostra casa – insomma, non perdevo occasione per dimostrarle tutto il mio affetto.

Quella strategia diede ottimi risultati. Mio marito viaggiava molto, e Sherine ne sentiva la mancanza: fu per amore che lui decise di modificare il suo stile di vita. Cosí¬ le conversazioni solitarie vennero lentamente sostituite da giochi tra padre, madre e figlia.
Filí² tutto liscio finché, una sera, Sherine venne nella mia stanza in lacrime, dicendo che aveva paura, che l’inferno era ormai vicino.

Mi trovavo sola in casa – mio marito si era dovuto assentare ancora una volta -, e quindi pensai che fosse questa la ragione della sua disperazione. Ma… l’inferno? Cosa mai le stavano inculcando a scuola o in chiesa? Decisi che, l’indomani, sarei andata a parlare con l’insegnante.

Sherine, perí², non smetteva di piangere. La condussi alla finestra e le indicai il Mediterraneo, illuminato dalla luna piena. Le dissi che non c’erano demoni, ma stelle in cielo e gente che camminava lungo il boulevard prospiciente il nostro appartamento. Le spiegai che non doveva aver paura, che poteva stare tranquilla, ma lei continuava a piangere e a tremare. Dopo quasi mezz’ora di tentativi per calmarla, cominciai a innervosirmi. Le ordinai di smetterla, giacché non era pií¹ una bambina. A quel punto, pensai che le erano venute le prime mestruazioni e, discretamente, domandai se le scendesse del sangue.

“Molto.”

Allora presi del cotone e la feci sdraiare, in modo che potessi occuparmi della sua “ferita”. Non era nulla: l’indomani, la mattina dopo, le avrei spiegato. Comunque, le mestruazioni non erano arrivate. Lei pianse ancora per un po’, ma doveva esser particolarmente stanca, perché poco dopo si addormentí².

E la mattina del giorno seguente, il sangue scorse davvero.

Quattro uomini furono assassinati: si trattava di un’altra delle eterne lotte tribali a cui il mio popolo era ormai abituato. Riguardo a Sherine, invece, mi convinsi che non fosse nulla, visto che non accenní² neppure all’incubo della notte precedente.

Di certo, a partire da allora, comincií² ad avvicinarsi l’inferno – e ancora oggi non si è allontanato. Quello stesso giorno, 26 palestinesi furono uccisi su un autobus, per vendicarsi degli uccisi. Ventiquattr’ore dopo, non si poteva pií¹ circolare per le strade, a causa dei colpi provenienti da ogni dove. Le scuole vennero chiuse; Sherine fu riportata a casa da una delle insegnanti; da quel momento, nessuno poté pií¹ controllare la situazione. Mio marito interruppe il viaggio e torní² a Beirut; passí² intere giornate al telefono con i suoi amici che avevano incarichi governativi, ma nessuno seppe dargli una qualche spiegazione sensata. Sherine udiva gli spari all’esterno, le urla di mio marito nella casa ma, con mia grande sorpresa, non diceva una parola. Io mi sforzavo per spiegarle che si trattava di una situazione passeggera, che ben presto saremmo potuti andare di nuovo in spiaggia, ma lei sviava lo sguardo e chiedeva un libro da leggere o un disco da ascoltare. Mentre l’inferno si insediava nella cittí  a poco a poco, lei leggeva e ascoltava musica.

La prego: non voglio soffermarmi troppo su quelle vicende. Non voglio ripensare alle minacce che ricevemmo, a quale fazione avesse ragione, a chi fossero i colpevoli e chi gli innocenti. Fatto sta che, pochi mesi dopo, se qualcuno avesse voluto attraversare una certa strada, avrebbe dovuto prendere una barca, andare fino a Cipro, lí¬ salire su un’altra imbarcazione e scendere sul lato opposto del marciapiede.

Praticamente restammo rinchiusi in casa per quasi un anno, sempre aspettandoci che le cose migliorassero, sempre pensando che si trattasse di una situazione passeggera e che, alla fine, il governo sarebbe riuscito a riprendere in mano la situazione. Una mattina, mentre ascoltava una canzone con il suo mangiadischi, Sherine accenní² alcuni passi di danza e comincií² a dire frasi del tipo: “Durerí  molto, molto tempo.”

Io volevo interromperla, ma mio marito mi afferrí² per un braccio – mi accorsi che le stava prestando attenzione, prendendo sul serio le parole di una bambina. Non ho mai capito che cosa lo spingesse a farlo e, fino a oggi, non ne abbiamo mai parlato: è un tabí¹.

L’indomani, comincií² ad adottare dei provvedimenti inaspettati: due settimane dopo, ci imbarcavamo per Londra. Sebbene non vi siano delle statistiche precise, in seguito apprendemmo che, nei due anni di guerra civile, morirono circa 44.000 persone, ne rimasero ferite 180.000, e ci furono decine di migliaia di senzatetto. Poi i combattimenti si protrassero per altri motivi, il paese venne occupato da forze armate straniere – e l’inferno continua ancora oggi.

“Durerí  molto tempo,” diceva Sherine. Mio Dio, purtroppo aveva ragione.

Il prossimo capitolo sarí  on-line: 02.04.07

“Cari lettori, poiché non parlo la vostra lingua, ho chiesto alla casa editrice di tradurre i vostri commenti. Le vostre considerazioni sul mio nuovo romanzo sono molto importanti per me.”

Con affetto, Paulo Coelho