Edizione nº 199 – Come la città fu pacificata

Racconta una vecchia leggenda che una certa cittadina, sulle montagne dei Pirenei, era un vero e proprio baluardo di trafficanti, contrabbandieri ed esiliati. Il peggiore di quei criminali, un arabo di nome Ahab, fu convertito da un monaco locale, Savin, e decise che quella situazione non poteva continuare così.

Dato che era temuto da tutti, ma non voleva più servirsi della propria cattiva reputazione per raggiungere il proprio scopo, a un certo momento tentò di convincere qualcuno. Giacchè conosceva la natura umana, sapeva però che avrebbero confuso l’onestà con la debolezza, e il suo potere sarebbe presto stato messo in discussione.

Ciò che fece fu chiamare alcuni carpentieri di un villaggio vicino, consegnar loro un foglio con un disegno e far costruire un oggetto nel luogo in cui oggi si trova la croce che domina l’abitato. Giorno e notte, per dieci giorni, gli abitanti della cittadina udirono il rumore dei martelli, videro gli uomini che segavano pezzi di legno, creavano incastri, mettevano viti.

Al termine di dieci giorni, il gigantesco rompicapo fu montato in mezzo alla piazza e coperto con un telo. Ahab chiamò tutti gli abitanti perchè assistessero all’inaugurazione del monumento.

Solennemente, senza alcun discorso, egli tolse il telo.

Era una forca.

Con corda, botola e tutto il resto. Nuova di zecca, ricoperta da cera d’api, in modo che potesse resistere per lungo tempo alle intemperie. Approfittando che la folla era lì accalcata, Ahab lesse una serie di leggi che proteggevano gli agricoltori, incentivavano l’allevamento del bestiame, premiavano chi avesse attratto nuovi affari nella zona, aggiungendo che da quel momento in poi tutti avrebbero dovuto trovare un lavoro onesto oppure trasferirsi altrove. Non menzionò una sola volta il “monumento” che era appena stato inaugurato: Ahab era un uomo che non credeva nelle minacce.

Alla fine della riunione, si costituirono vari gruppi: la maggioranza riteneva che Ahab fosse stato ingannato dal santo, giacchè non aveva più il coraggio di prima, e bisognava ucciderlo. Nei giorni che seguirono, furono fatti molti piani con questo obiettivo. Ma tutti erano obbligati a contemplare quella forca in mezzo alla piazza e si domandavano: che cosa ci fa lì? Che sia stata montata per uccidere quelli che non accetteranno le nuove leggi? Chi sta a fianco di Ahab, e chi non ci sta? Ci saranno delle spie tra di noi?

La forca guardava gli uomini, e gli uomini guardavano la forca. A poco a poco, il coraggio iniziale dei ribelli cominciò a fare posto alla paura: tutti conoscevano la fama di Ahab, sapevano quanto fosse implacabile nelle sue decisioni. Alcuni abbandonarono la città, altri decisero di sperimentare le nuove occupazioni suggerite, semplicemente perchè non avevano dove andare, o a causa dell’ombra di quello strumento di morte in mezzo alla piazza. Qualche tempo dopo, il luogo era in pace, ormai divenuto un grande centro commerciale alla frontiera, cominciò ad esportare la lana migliore e a produrre grano di prima qualità.

La forca rimase là per dieci anni. Il legno resisteva bene, ma periodicamente la corda veniva sostituita con una nuova. Non fu mai usata. E Ahab non disse mai una sola parola su di essa. Bastò la sua immagine per sostituire il coraggio con la paura, la fiducia con il sospetto, le storie di spavalderia in mormorii di accettazione. Trascorsi dieci anni, quando finalmente la legge regnava a Viscos, Ahab la fece distruggere, facendo costruire al suo posto una croce.