Edizione nº 194 – Indipendenza emotiva

“All’inizio della vita e, di nuovo, quando diventiamo vecchi, abbiamo bisogno dell’aiuto e dell’affetto degli altri. Purtroppo, tra questi due periodi della vita, quando siamo forti e in grado di occuparci di noi stessi, trascuriamo il valore dell’affettuosití  e della compassione. Poiché anche la nostra vita comincia e finisce con il bisogno di affetto, non sarebbe meglio se praticassimo la compassione e l’amore per gli altri mentre siamo forti e capaci?”

Le parole sopra riportate sono dell’attuale Dalai Lama. E’ davvero molto curioso notare quanto siamo orgogliosi della nostra indipendenza emotiva. Chiaro, non è proprio cosí¬: continuiamo ad aver bisogno degli altri per tutta la vita, ma è una “vergogna” dimostrarlo, e allora preferiamo piangere di nascosto. E quando qualcuno ci chiede aiuto, lo consideriamo debole, incapace di controllare i propri sentimenti.

Esiste una regola non scritta, che afferma che “il mondo è dei forti”, o che “sopravvive solo il pií¹ idoneo”. Se cosí¬ fosse, gli esseri umani non esisterebbero pií¹, perché appartengono a una specie che ha bisogno di essere protetta per un lungo periodo di tempo (alcuni specialisti affermano che siamo in grado di sopravvivere grazie alle nostre forze solo dopo i nove anni di etí , mentre ad una giraffa servono appena da sei a otto mesi, e un’ape è gií  indipendente in meno di cinque minuti).

Ci troviamo in questo mondo. Io, per quanto mi riguarda, continuo e continuerí² sempre a dipendere dagli altri. Dipendo da mia moglie, dai miei amici, dai miei editori. Dipendo persino dai miei nemici, che mi aiutano ad essere sempre allenato nell’uso della spada.

Certo, ci sono dei momenti in cui questo fuoco soffia in un’altra direzione, ma io mi domando sempre: dove sono gli altri? Mi sono forse isolato troppo? Come qualunque persona sana, ho bisogno anche di solitudine, di momenti di riflessione.

Ma questo non puí² diventare un vizio.

L’indipendenza emotiva non conduce assolutamente da nessuna parte – se non ad una ipotetica forza, il cui unico e inutile obiettivo è impressionare gli altri.

La dipendenza emotiva, a sua volta, è come un falí² che accendiamo.

All’inizio, i rapporti sono difficili. Proprio come accade con il fuoco, è necessario adattarsi al fumo sgradevole – che rende difficile la respirazione e fa lacrimare. Eppure, una volta che il fuoco ha preso, il fumo svanisce e le fiamme illuminano tutto cií² che c’è intorno -diffondendo calore e calma. E talvolta facendo anche saltare qualche pezzetto di brace che ci brucia. Ma è questo che rende interessante un rapporto, non è vero?

Ho iniziato questo testo citando le parole di un premio Nobel per la Pace sull’importanza dei rapporti umani. Concludo con quelle del Professor Albert Schweitzer, medi­co e missionario, che ha ricevuto lo stesso Nobel nel 1952.

“Tutti conosciamo una malattia diffusa nell’Africa Centrale chiamata malattia del sonno. Cií² che dobbiamo sapere è che esiste una malattia simile che colpisce l’anima – e che è molto pericolosa, perché si instaura senza essere notata. Quando dovessi notare il minimo segno di indifferenza e di mancanza di entusiasmo nei confronti nel tuo simile, stai allerta!”

“L’unica maniera di cautelarsi contro questa malattia è capire che l’anima soffre, e soffre molto, quando la obblighiamo a vivere in modo superficiale. L’anima ama le cose belle e profonde”.

Edizione nº 193 – In cerca del leader perfetto

Un lettore mi invia un questionario. Vi presenta il profilo di tre leader mondiali che hanno vissuto nella stessa epoca e domanda se sia possibile scegliere il migliore sulla base dei seguenti dati:

Candidato A: fu legato a dei guaritori, consultava gli astrologi di frequente. Aveva due amanti. Sua moglie era lesbica. Fumava molto. Beveva otto, dieci martini al giorno.

Candidato B: non riusciva a mantenere un impiego a causa della sua arroganza. Dormiva tutta la mattina. Fece uso di oppio a scuola e fu sempre considerato un cattivo alunno. Beveva un bicchiere di cognac tutte le mattine.

Candidato C: fu decorato come eroe. Era vegetariano. Non fumava. Aveva una disciplina esemplare. Occasionalmente beveva qualche birra. Rimase con la stessa donna nei momenti di gloria e nei momenti di sconfitta.

E qual è la risposta?

A] Franklin Delano Roosevelt. B] Winston Churchill. C] Adolf Hitler.

Che cosa significa allora leadership? L’enciclopedia la definisce come la capacití  di un individuo di motivare altri nel perseguimento di uno stesso obiettivo. Le librerie sono pieni di testi su questo tema, e normalmente i leader sono dipinti con colori brillanti, attributi invidiabili, ideali supremi. Il leader sta alla societí  come il “maestro” sta alla spiritualití . Eppure, questo non è assolutamente vero (in entrambi i casi).

Il nostro grande problema, soprattutto in un mondo che diviene sempre pií¹ fondamentalista, è non permettere agli uomini che occupano posizioni di rilievo di commettere degli errori umani. Siamo sempre alla ricerca del governante perfetto. Seguiamo sempre un pastore che ci orienti e ci aiuti a trovare il nostro cammino. In realtí , le grandi rivoluzioni e i grandi progressi dell’umanití  furono determinati da gente como noi – con l’unica differenza che essi hanno avuto il coraggio di prendere una decisione cruciale in un momento difficile.

E’ ormai da tempo che, nel mio inconscio, ho sostituito alla parola “leader” l’espressione “guerriero della luce”.

Chi è un guerriero della luce?

I guerrieri della luce hanno sempre un bagliore negli occhi.

Sono nel mondo, fanno parte della vita di altre persone, e hanno cominciato il loro viaggio senza bisaccia e senza sandali. Tante volte sono vigliacchi. Non sempre agiscono nel modo giusto.

I guerrieri della luce soffrono per cose inutili, hanno atteggiamenti meschini, e a volte si giudicano incapaci di crescere. Frequentemente si credono indegni di qualsiasi benedizione o miracolo.

I guerrieri della luce non sempre hanno la certezza di cosa stiano facendo qui. Tante volte passano le notti in bianco, pensando che la loro vita non abbia senso.

Ogni guerriero della luce ha gií  avuto paura di entrare in un combattimento. Ogni guerriero della luce ha gií  perso la fede nel futuro.

Ogni guerriero della luce ha gií  imboccato un cammino che non era il suo. Ogni guerriero della luce ha gií  pensato di non essere un guerriero della luce. Ogni guerriero della luce ha gií  mancato nei suoi obblighi spirituali.

Percií² è un guerriero della luce: perché è passato per tutte queste esperienze e non ha perso la speranza di essere migliore di quanto fosse prima.

Percií² sono guerrieri della luce. Perché commettono errori. Perché si pongono domande. Perché ricercano una ragione – e di sicuro la troveranno.

Edizione nº 192 – La seconda chance

Le Sibille, capaci di prevedere il futuro, vivevano nell’antica Roma. Un bel giorno, una di esse si presentí² al palazzo dell’imperatore Tiberio con nove libri: disse che contenevano il futuro dell’Impero e chiese dieci talenti d’oro per i testi. Tiberio li troví² carissimi e non volle comprarli.

La sibilla se ne andí², brucií² tre libri e torní² con i sei rimanenti. “Sono dieci talenti d’oro”, disse. Tiberio rise e la mandí² via: come aveva il coraggio di vendere sei libri per lo stesso prezzo di nove?

La sibilla brucií² altri tre libri e torní² da Tiberio con gli unici tre volumi rimasti: “costano gli stessi dieci talenti d’oro”. Incuriosito, Tiberí² finí¬ per comprare i tre volumi, e poté leggere soltanto una piccola parte del futuro.

Stavo raccontando questa storia a Monica, mia agente e amica, mentre viaggiavamo in auto diretti in Portogallo. Quando ebbi terminato, mi resi conto che stavamo passando per Ciudad Rodrigo, alla frontiera con la Spagna. Proprio lí¬, quattro anni prima, mi era stato offerto un libro, che perí² non avevo comprato.

In occasione del primo viaggio di divulgazione dei miei libri in Europa, avevo deciso di pranzare in quella cittadina. Poi ero andato a visitare la cattedrale, dove avevo incontrato un prete. “Guardi come il sole del pomeriggio rende tutto pií¹ bello qui den­tro”, mi aveva detto. Quel commento mi era piaciuto, ci eravamo messi a chiacchierare e lui mi aveva guidato tra gli altari, i chiostri, i giardini interni di quel tempio. Alla fine, mi aveva offerto un libro che aveva scritto sulla chiesa: ma io non avevo voluto comprarlo. Una volta uscito, mi ero sentito in colpa: io sono uno scrittore, e mi trovavo in Europa proprio per vendere il mio lavoro – perchè allora non comprare il libro del prete, per solidarietí ? Ma avevo dimenticato quell’episodio, fino a quel momento.

Fermai l’auto: non era un caso che mi fossi ricordato di quella storia dei libri sibillini. Ci avviammo verso la piazza di fronte alla chiesa, dove una donna guardava il cielo.

– Buon pomeriggio. Sono qui per trovare un prete che ha scritto un libro su questa chiesa.

– Il prete, che si chiamava Stanislau, è morto un anno fa – rispose lei.

Provai una tristezza immensa. Perché non avevo dato a padre Stanislau la stessa gioia che provavo io quando vedevo qualcuno con uno dei miei libri?

– E’ stato uno degli uomini pií¹ buoni che abbia mai conosciuto – continuí² la donna. – Veniva da una famiglia umile, ma era riuscito a diventare uno specialista in archeologia. Aveva anche fatto avere a mio figlio una borsa di studio.

Le raccontai allora cosa facevo lí¬.

– Non deve sentirsi in colpa, figliolo – disse lei. – Vada a visitare di nuovo la cattedrale.

Pensai che fosse un segnale e feci cií² che la donna suggeriva. C’era soltanto un prete nel confessionale, che aspettava i fedeli che non arrivavano. Mi chiese di inginocchiarmi, ma gli spiegai che ero lí¬ solo per comprare un libro sulla chiesa, scritto da un uomo di nome Stanislau.

Gli occhi del prete brillarono. Lui uscí¬ dal confessionale e torní² qualche minuto dopo con un esemplare.

– Che gioia che lei sia venuto solo per questo! – disse. – Io sono fratello di padre Stanislau, e questo mi riempie di orgoglio! Lui sarí  in cielo, felice di vedere che il suo lavoro è importante!

Pagai il libro, ringraziai, e lui mi abbraccií². Quando stavo ormai per uscire, udii la sua voce.

– Guardi come il sole del pomeriggio rende tutto pií¹ bello qui dentro! – disse.

Erano le stesse parole che padre Stanislau mi aveva detto quattro anni prima. C’è sempre una seconda occasione nella vita.

Edizione nº 191 – Il cielo e l’inferno

Un uomo, il suo cavallo e il suo cane camminavano lungo una strada. Mentre passavano accanto a un albero gigantesco, si abbatté un fulmine e morirono tutti fulminati.

Ma l’uomo non si accorse di avere ormai lasciato questo mondo e continuí² a camminare con i suoi due animali. A volte occorre del tempo perché i morti si rendano conto della loro nuova condizione…

Era una camminata molto lunga, su per la collina, il sole era forte e loro erano tutti sudati e assetati. Avevano disperatamente bisogno di acqua. A una curva della strada, avvistarono un magnifico portone, tutto di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d’oro, al centro della quale c’era una fontana da cui sprizzava dell’acqua cristallina.

Il viandante si rivolse all’uomo che sorvegliava l’entrata.

– Buongiorno.

– Buongiorno – rispose l’uomo.

– Che posto è mai questo, cosí¬ meraviglioso?

– Qui è il Cielo.

– Che bello essere arrivati nel cielo, abbiamo molta sete.

– Lei puí² entrare e bere a volontí .

E il guardiano indicí² la fontana.

– Anche il mio cavallo e il mio cane hanno sete.

– Mi spiace molto, ma qui non è permessa l’entrata di animali.

L’uomo ne rimase assai deluso, perché aveva molta sete, ma non avrebbe mai bevuto da solo. Ringrazií² e proseguí¬. Dopo aver camminato a lungo, ormai esausti, arrivarono in un luogo la cui entrata era segnata da una vecchia porta, che si apriva su di un sentiero sterrato, fiancheggiato da alberi.

All’ombra di uno degli alberi, c’era un uomo sdraiato, con il capo coperto da un cappello, che probabilmente stava dormendo.

– Buongiorno – disse il viandante.

L’uomo fece un cenno con il capo.

– Abbiamo molta sete, il mio cavallo, il mio cane e io.

– C’è una fonte tra quelle pietre – disse l’uomo indicando un posto. – Potete bere a volontí .

L’uomo, il cavallo e il cane si avvicinarono alla fonte e ammazzarono la sete. Poi, l’uomo torní² indietro per ringraziare.

– A proposito, come si chiama questo posto?

– Cielo.

– Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era lí !

– Quello non è il cielo, quello è l’inferno.

Il viandante rimase perplesso.

– Voi dovreste evitarlo! Una tale informazione falsa causerí  grandi confusioni!

L’uomo sorrise:

– Assolutamente no. In realtí , ci fanno un grande favore. Perché laggií¹ rimangono tutti quelli che sono capaci di abbandonare i loro migliori amici …

Edizione nº 190 – E la caccia alle streghe continua…

Un anno e mezzo orsono ho trascritto in una di queste colonne una notizia della CNN: il 31 ottobre 2004, avvalendosi di una legge feudale che sarebbe stata abolita il mese successivo, la cittadina di Prestopans, in Scozia, ha concesso il perdono ufficiale a 81 persone – e ai loro gatti – giustiziate per pratica di stregoneria tra i secoli XVI e XVII.

Secondo il portavoce ufficiale dei Baroni di Prestoungrange e Dolphinstoun, “la maggior parte era stata condannata senza alcuna prova concreta – unicamente sulla base di testimoni d’accusa che dichiaravano di sentire la presenza di spiriti maligni”.

La cosa pií¹ curiosa di questa notizia è che la cittí  e il 14º Barone di Prestoungrange & Dolphinstoun “concedono il perdono” alle persone giustiziate brutalmente. Siamo in pieno XXI secolo e quelli che uccisero degli innocenti si ritengono ancora in diritto di “perdonare”.

Con mia sorpresa, la faccenda non si è conclusa lí¬.

Ci sono ancora, almeno secondo la rispettabile agenzia Reuteurs, alcune streghe che devono essere perdonate dal sistema. In una notizia pubblicata di recente, la nipote di una di quelle donne ha appena lanciato una campagna per la “redenzione postuma” di Helen Duncan, una donna accusata dagli inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Il crimine della Duncan fu di aver risposto, nel corso di una seduta spiritica, alla richiesta di una madre disperata, che avrebbe voluto sapere dove era andato a finire suo figlio, membro dell’equipaggio della nave HMS Barbham. La medium affermí² che la nave era naufragata e che erano morti tutti.

Era vero, ma l’episodio veniva tenuto sotto segreto perché non influisse sul morale dei soldati. La notizia si diffuse subito, e giunse al governo. Sulla base di una legge del 1735, Winston Churchill la fece arrestare sino alla conclusione della guerra.

Helen Duncan morí¬ nel 1956, senza essere mai stata perdonata. Sua nipote, Mary Martin (che oggi ha 72 anni), è riuscita a ottenere persino un colloquio con il Ministro dell’Interno del governo Tony Blair, senza alcun successo.

Nel momento in cui scrivo queste righe, il Barone di Prestoungrange, lo stesso che è riuscito a ottenere il perdono ufficiale della cittí  di Prestopans, è direttamente coinvolto nella storia, e ha persino attivato un sito in internet (www.prestoungrange.org/helenduncan) dove raccogliere l’appoggio internazionale.

Afferma il Barone:

“I 300 soldati giustiziati per diserzione durante la Prima Guerra Mondiale sono ormai stati perdonati. Le denunce che provocarono la morte di un gruppo di 20 giovani innocenti a Salem, Massachussets, sono ormai state trattate con il dovuto rispetto. Abbiamo chiesto scusa per avere esercitato il traffico degli schiavi e adottato la pirateria come un mezzo nobile per arricchire il Regno Unito. Che cosa manca per perdonare Helen Duncan?”

Ä– semplice. All’inizio, la Duncan fu accusata di spionaggio. Una gigantesca indagine condotta dal governo concluse che era impossibile che una donna come lei avesse accesso a segreti ufficiali e informazioni segrete. Come avrebbe potuto, dunque, sapere che cosa era successo alla fregata HMS Barbham?

Restava solo un’unica spiegazione: la stegoneria. E a che cosa servono le antiche leggi, anche se sono ormai state dimenticate da una civiltí  che si ritiene illuminata e lontana dalle superstizioni di un tempo?

Per essere applicate.

Edizione nº 189 – Inventario della normalití 

Ho deciso di fare una ricerca con i miei amici su quello che la societí  considera un comportamento normale. Di seguito, elenco alcune di queste assurdití  con cui conviviamo quotidianamente, perché la societí  le considera normali:

1] Qualsiasi cosa che ci faccia dimenticare la nostra vera identití  e i nostri sogni, e ci faccia solo lavorare per produrre e riprodurre.

2] Che ci siano regole per una guerra (Convenzione di Ginevra).

3] Sprecare anni a fare l’universití , per poi non trovare lavoro.

4] Lavorare dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio in qualcosa che non dí  il minimo piacere, purchè nel giro di 30 anni si riesca ad andare in pensione.

5] Andare in pensione, scoprire di non avere pií¹ l’energia per godersi la vita e morire dopo pochi anni, di tedio.

6] L’uso del botulino.

7] Cercare di avere successo finanziariamente, invece di perseguire la felicití .

8] Mettere in ridicolo chi cerca la felicití  invece del denaro, definendolo “persona senza ambizione”.

9] Paragonare oggetti come automobili, case, vestiti e definire la vita in funzione di questi paragoni, invece di tentare di conoscere la vera ragione per cui si è vivi.

10] Non dialogare con gli estranei. Parlare male del vicino.

11] Pensare che i genitori abbiano sempre ragione.

12] Sposarsi, avere figli, rimanere insieme anche quando l’amore sia finito, adducendo che è per il bene del bambino (che sembra non stia assistendo alle continue liti).

12] Criticare chiunque tenti di essere diverso.

14] Svegliarsi con una sveglia isterica accanto al letto.

15] Credere assolutamente in tutto quello che viene stampato.

16] Usare un pezzo di stoffa colorata legato al collo, senza alcuna funzione apparente, ma che risponde al pomposo nome di “cravatta”.

17] Non essere mai diretto nelle domande, anche se l’altra persona capisce che cosa si vuole sapere.

18] Avere un sorriso sulle labbra quando si sta morendo dalla voglia di piangere. E avere pietí  di tutti coloro che dimostrano i propri sentimenti.

19] Pensare che l’arte valga una fortuna, o che non valga assolutamente nulla.

20] Disprezzare sempre quello che si è ottenuto con facilití , perchè non c’è stato il “sacrificio necessario” e, dunque, non deve avere le qualití  richieste.

21] Seguire la moda, anche se tutto sembra ridicolo e scomodo.

22] Essere convinto che tutte le persone famose abbiano accumulato tonnellate di denaro.

23] Investire molto nella belleza esteriore e preoccuparsi poco della bellezza interiore.

24] Usare tutti i mezzi possibili per dimostrare di essere una persona infinitamente al di sopra degli altri esseri umani, anche se si è una persona normale.

25] Su un mezzo di trasporto pubblico, non guardare mai direttamente negli occhi una persona, perchè altrimenti questo potrebbe essere interpretato come un segnale di seduzione.

26] Quando si entra in ascensore, mantenersi con il corpo rivolto verso la porta d’uscita, fingendo di essere l’unica persona lí  dentro, per quanto affollato sia.

27] Non ridere mai forte in un ristorante, per quanto divertente sia la storia.

28] Nell’emisfero nord, usare sempre un abbigliamento che combina con la stagione dell’anno: braccia nude in primavera (per quanto possa essere freddo) e giacca di lana in autunno (per quanto possa essere caldo).

29] Nell’emisfero sud, ricoprire l’albero di natale di batuffoli di cotone, anche se l’inverno non ha niente a che vedere con la nascita di Cristo.

30] A mano a mano che s’invecchia, ritenersi depositario di tutta la saggezza del mondo, anche se non sempre si è vissuto abbastanza per sapere cosa è sbagliato.

31] Partecipare a un tè di beneficienza e pensare con cií² di aver contribuito a sufficienza per eliminare le disuguaglianze sociali del mondo.

32] Mangiare tre volte al giorno, anche senza fame.

33] Credere che gli altri siano sempre migliori in tutto: che siano pií¹ belli, pií¹ capaci, pií¹ ricchi, pií¹ intelligenti. E’ molto rischioso avventurarsi al di lí  dei propri limiti, meglio non fare niente.

34] Usare l’auto come un modo per sentirsi potente e dominare il mondo.

35] Dire parolacce nel traffico.

36] Pensare che tutto quello che il proprio figlio fa di sbagliato sia colpa delle compagnie che ha scelto.

37] Sposarsi con la prima persona che offre una posizione sociale. L’amore puí² aspettare.

38] Dire sempre “io ho tentato”, anche se non si è tentato assolutamente nulla.

39] Lasciare le cose pií¹ interessanti della vita da vivere quando ormai non si hanno pií¹ le forze per farlo.

40] Evitare la depressione con dosi quotidiane e massicce di programmi televisivi.

41] Credere che sia possibile essere sicuri di tutto cií² che si è conquistato.

42] Pensare che alle donne non piaccia il calcio e che agli uomini non piaccia l’arredamento.

43] Incolpare il governo per tutto cií² che di negativo accade.

44] Avere la convinzione che essere una persona buona, decente e rispettosa significhi che gli altri penseranno che si è deboli, vulnerabili e facilmente manipolabili.

45] Essere anche convinti che l’aggressivití  e la scortesia nel rapporto con gli altri siano sinonimi di una personalití  potente.

46] Avere paura della fibroscopia (uomini) e del parto (donne).

47] Infine: ritenere che la propria religione sia l’unica depositaria della verití  assoluta, la pií¹ importante, la migliore, e che tutti gli altri esseri umani su questo pianeta immenso che credono in qualche altra manifestazione di Dio siano condannati al fuoco dell’inferno.

Edizione nº 188 – Il pino di St. Martin

Alla vigilia di Natale, il parroco della chiesa del piccolo villaggio di St. Martin, sui Pirenei francesi, si preparava a celebrare la messa quando comincií² a sentire un profumo delizioso. Era inverno, da tempo i fiori erano scomparsi – ma ora c’era quell’aroma gradevole, come se la primavera fosse arrivata fuori tempo.

Incuriosito, uscí¬ dalla chiesa per scoprire l’origine di una tale meraviglia, e vide un ragazzo seduto davanti alla porta della scuola. Accanto a lui, c’era una specie di albero di Natale dorato.

– Ma che bell’albero! – disse il parroco. – Sembra che abbia toccato il cielo, visto che irradia un’essenza divina! Ed è di oro puro! Dove l’hai trovato?

Il giovane non si mostrí² molto felice al commento del prete.

– íˆ vero che questo che sto trasportando è diventato sempre pií¹ pesante a mano a mano che camminavo, e le sue foglie si sono indurite. Ma non puí² essere oro, e io ho paura della reazione dei miei genitori.

Il ragazzo raccontí² la sua storia:

– Ero uscito stamattina per andare nella grande cittí  di Tarbes, con il denaro che mia madre mi aveva dato per comprare un bell’albero di Natale. Ma, attraversando un abitato, ho visto una donna anziana, sola, senza una famiglia con cui celebrare la grande festa della Cristanití . Le ho dato un po’ di soldi per la cena, perché ero sicuro che avrei potuto ottenere uno sconto per il mio acquisto.

“Arrivato a Tarbes, sono passato davanti alla grande prigione, dove c’erano varie persone che aspettavano l’ora della visita. Erano tutte tristi, perché avrebbero passato la notte lontano dai loro cari. Ho udito alcune di loro dire che non erano riuscite a comprare neppure una fetta di torta. Immediatamente, mosso dal romanticismo della mia etí , ho deciso che avrei diviso il mio denaro con quelle persone, che ne avevano bisogno pií¹ di me. Avrei tenuto solo una minima somma per il pranzo; il fioraio è amico della nostra famiglia, di sicuro mi avrebbe dato l’albero, e io avrei potuto lavorare per lui la settimana seguente, pagando cosí¬ il mio debito”.

“Invece, arrivato al mercato, ho saputo che il fioraio che conoscevo non era andato a lavorare. Ho tentato in tutte le maniere di trovare qualcuno che mi prestasse il denaro per comprare l’albero in un altro posto, ma invano”.

“Mi sono convinto allora che sarei riuscito a pensare meglio a cosa fare se avessi avuto la pancia piena. Quando mi sono avvicinato a un bar, un bambino che sembrava straniero mi ha domandato se potevo dargli qualche moneta, visto che non mangiava da due giorni. Siccome ho immaginato che una volta il bambino Gesí¹ deve aver fatto la fame, gli ho consegnato quel poco denaro che mi restava e mi sono avviato verso casa. Sulla via del ritorno, ho spezzato un ramo di un pino; ho tentato di sistemarlo, di tagliarlo, ma a poco a poco si è indurito, come se fosse di metallo, ed è ben lungi dall’essere l’albero di Natale che mia madre si aspetta”.

– Mio caro – disse il prete – il profumo di quest’albero non lascia dubbi che sia stato toccato dai Cieli. Lascia che ti racconti il resto di questa tua storia:

“Appena hai lasciato la donna, lei ha chiesto immediatamente alla Vergine Maria, una mamma come lei, di restituirti questa benedizione inattesa. I parenti dei detenuti si sono convinti di aver incontrato un angelo e hanno pregato ringraziando gli angeli per le torte che sono state comprate. Il bambino che hai incontrato ha ringraziato Gesí¹ perché la sua fame era stata saziata”.

“La Vergine, gli angeli e Gesí¹ hanno ascoltato la preghiera di coloro che erano stati aiutati. Quando hai spezzato il ramo del pino, la Vergine vi ha messo il profumo della misericordia. A mano a mano che camminavi, gli angeli sfioravano le sue foglie trasformandole in oro. Infine, quando tutto era pronto, Gesí¹ ha guardato il lavoro e lo ha benedetto. D’ora in poi, chi toccherí  questo albero di Natale avrí  i suoi peccati perdonati e i suoi desideri esauditi”.

E cosí¬ è stato. Racconta la leggenda che il pino sacro si trova ancora a St.Martin. Ma la sua forza è tanto grande che tutti coloro che aiutano il prossimo alla vigilia di Natale, non importa quanto lontani siano dal piccolo villaggio dei Pirenei, ricevono la sua benedizione.

(ispirato a una storia hassidica)

Edizione nº 187 – Il vetriolo o l’amarezza

Nel mio libro Veronika decide di morire, ambientato in un ospedale psichiatrico, il direttore elabora una tesi su un veleno non rilevabile che contamina l’organismo con il passare degli anni: il vetriolo.

Proprio come la libido – il liquido sessuale che il Dr.Freud aveva riconosciuto, ma che nessun laboratorio era mai stato in grado di isolare -, il vetriolo è distillato dall’organismo di esseri umani che si trovano in situazione di paura. La maggior parte delle persone colpite ne identifica il sapore, che non è dolce né salato, ma amaro – da lí¬ il fatto che le depressioni siano profondamente associate con la parola Amarezza.

Tutti gli esseri umani possiedono Amarezza nel loro organismo – in maggiore o minor grado – allo stesso modo in cui quasi tutti abbiamo il bacillo della tubercolosi. Ma queste due malattie colpiscono solo quando il paziente si trova debilitato: nel caso dell’Amarezza, il terreno per la comparsa della malattia si presenta quando si crea la paura della cosiddetta “realtí “.

Certe persone, nell’ansia di voler costruire un mondo in cui non potesse penetrare alcuna minaccia esterna, aumentano le loro difese contro l’esterno – gente estranea, luoghi nuovi, esperienze diverse – e lasciano sguarnito l’interno. íˆ partendo da lí¬ che l’Amarezza comincia a causare danni irreversibili.

Il grande bersaglio dell’Amarezza (o Vetriolo, come preferirebbe il medico del mio libro) è la volontí . Le persone colpite da questo male perdono gradualmente ogni desiderio e, nel giro di pochi anni, non riescono pií¹ a uscire dal loro mondo – giacchè hanno consumato enormi riserve di energia costruendo delle alte muraglie affinché la realtí  fosse quella che desideravano che fosse.

Evitando gli attacchi esterni, essi limitano anche la crescita interiore. Continuano ad andare a lavorare, a guardare la televisione, a lamentarsi del traffico e ad avere figli, ma tutto cií² avviene automaticamente, senza che essi capiscano bene il motivo per cui si stanno comportando cosí¬ – in fin dei conti, è tutto sotto controllo.

Il grande problema dell’avvelenamento da Amarezza sta nel fatto che non si manifestano pií¹ neanche le passioni – odio, amore, disperazione, entusiasmo, curiosití . Dopo un certo tempo, all’uomo colpito da Amarezza non rimane pií¹ alcun desiderio. Non ha voglia né di vivere, né di morire, questo è il problema.

Ecco perché, per gli amareggiati, gli eroi e i folli sono sempre affascinanti: essi non hanno paura di vivere o morire. Tanto gli eroi come i folli sono indifferenti davanti al pericolo, e vanno avanti nonostante tutti dicano loro di non farlo. Il folle si suicida, l’eroe si offre al martirio in nome di una causa – ma entrambi muoiono, e gli amareggiati trascorrono i giorni e le notti parlando dell’assurdití  e della gloria dei due tipi. íˆ l’unico momento in cui l’amareggiato ha la forza per salire sulla sua muraglia di difesa e dare uno sguardo all’esterno; ma ben presto le sue mani e i suoi piedi si stancano, ed egli torna alla vita di tutti i giorni.

L’amareggiato cronico nota la sua malattia solo una volta alla settimana: nei pomeriggi della domenica. Allora, quando non c’è il lavoro o la routine ad alleviare i sintomi, capisce che c’è qualcosa di sbagliato.

Edizione nº 186 – Diete subito?

Uno dei grandi filosofi brasiliani, Tim Maia, ha detto una volta: “ho deciso di fare una dieta rigida. Ho eliminato alcol, grassi e zucchero. In due settimane, ho perso 14 giorni”.

Vivo da 28 anni con una donna meravigliosa, che di tanto in tanto perde la calma e il buonumore perché pensa di avere acquistato dei chili di troppo. Ma non staremo esagerando un po’? Una cosa è l’obesití , un’altra è tentare di fermare il tempo e la normale evoluzione dell’organismo.

La cosa peggiore è che, continuamente, vengono fuori nuovi modi di perdere peso: assumendo calorie, smettendo assolutamente di assumere calorie, ingerendo compulsivamente grassi, evitando i grassi a qualsiasi costo. Entriamo in una farmacia e siamo visivamente aggrediti da prodotti miracolosi di ogni genere, che promettono di eliminare la voglia di mangiare, il tessuto adiposo, la pancia, ecc.

Siamo sopravvissuti per tutti questi millenni perché siamo stati in grado di mangiare. E questo, oggi, sembra sia diventato una maledizione. Perché? Che cos’è che ci spinge a cercare di mantenere, a 40 anni, lo stesso corpo che avevamo quando eravamo giovani? Sarí  possibile fermare questa dimensione del tempo?

Certamente no. E perché abbiamo bisogno di essere magri?

Non ne abbiamo bisogno. Compriamo libri, frequentiamo le palestre, spendiamo una parte importantissima della nostra concentrazione tentando di fermare il tempo, mentre dovremmo celebrare il miracolo di stare in questo mondo. Invece di pensare a come vivere meglio, siamo ossessionati dal peso.

Dimenticatevene: potete leggere tutti i libri che volete, fare tutti gli esercizi che desiderate, subire tutte le punizioni che deciderete, e avrete solo due scelte: o smettete di vivere, oppure ingrasserete.

íˆ evidente che è necessario mangiare con moderazione, ma è necessario, soprattutto, mangiare con piacere. Gií  Gesí¹ Cristo diceva: “il male non è cií² che entra, ma cií² che esce dalla bocca dell’uomo”.

L’altro giorno, mi trovavo in un ristorante libanese con un’amica irlandese, e parlavamo di insalate. Con tutto il rispetto per i vegetariani e per i fondamentalisti dell’alimentazione, l’insalata, per me, è soprattutto una decorazione del piatto. Non possiamo farne a meno per vivere, ma non possiamo neanche considerarla come il centro delle nostre attenzioni gastronomiche. I giornali pubblicano quotidianamente storie di giovani che inseguono la notorietí  della passerella e che finiscono per morire a causa di questa ossessione per il peso.

Ricordatevi che, per millenni, abbiamo lottato per non soffrire la fame. Chi ha inventato questa storia che tutti devono essere magri per tutta la vita?

Io rispondo: i vampiri dell’anima, che pensano sia possibile fermare la ruota del tempo. Ma non è possibile. Impiegate l’energia e lo sforzo di una dieta per alimentarvi del pane spirituale, e continuate a godere (con moderazione, lo ripeto ancora una volta) dei piaceri della buona tavola. L’hanno scorso ho scritto una serie di testi sui peccati capitali, e uno di questi era l’ingordigia. Ma che cos’è esattamente l’ingordigia? Un’ossessione.

Lo stesso vale per la dieta. E in questo momento, i due estremi si incontrano e diventano nocivi per la salute. Mentre milioni di persone soffrono la fame nel mondo intero, vediamo gente che provoca tutto cií² perché, in qualche momento, qualcuno ha deciso che essere magri è l’unica opzione di gioventí¹ e di bellezza. Invece di bruciare artificialmente queste calorie, dobbiamo cercare di trasformarle nell’energia necessaria per lottare per i sogni: nessuno è rimasto magro per molto tempo solo grazie a una dieta.

Edizione nº 185 – Settima e ultima virtí¹ cardinale: Equilibrio

Con questa colonna, concludiamo la serie delle sette virtí¹ cardinali, costituite da tre virtí¹ teologiche (Fede, Speranza, Amore) e quattro virtí¹ classiche (Saggezza, Giustizia, Coraggio ed Equilibrio).

Secondo il Nuovo Testamento (che sembra non concordare molto con questa virtí¹): Cosí¬ parla l’Amen, il testimone fedele e verace, il principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere, tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, ti vomiterí² dalla mia bocca. (Apocalisse 3: 14-16)

In una storia zen: Una fervente buddista si sforzava di coltivare il proprio amore per il prossimo. Ma ogni qualvolta si recava al mercato, un commerciante le faceva proposte indecenti.

Una mattina piovosa, quando l’uomo la importuní² ancora una volta, la donna perse il controllo e lo ferí¬ al viso con l’ombrello. Quello stesso pomeriggio, si recí² da un monaco e riferí¬ l’accaduto.

“Mi vergogno”, disse. “Non sono riuscita a controllare il mio odio”.

“Tu hai sbagliato a odiarlo”, rispose il monaco. “La prossima volta che ti dirí  qualcosa, riempi il tuo cuore di bontí . E picchialo di nuovo con il tuo ombrello, perché questo è l’unico linguaggio che lui capisce”.

Nel Giorno del Perdono Ebraico: Nel giorno dello Yom Kyppur, il rabbino Elimelekh di Lisensk condusse i suoi discepoli nella bottega di un muratore. “Osservate il comportamento di quest’uomo”, disse loro. “Perché egli riesce a intendersi bene con il Signore”.

Senza notare di essere osservato, il muratore terminí² le sue faccende e si avviciní² alla finestra. Estrasse dalla tasca due pezzi di carta e li alzí² verso il cielo, dicendo:

“Signore, su uno di questi fogli ho scritto la lista dei miei peccati. Io ho sbagliato, e non vedo perché nasconderti che Ti ho offeso varie volte. Sull’altro foglio, invece, c’è l’elenco dei Tuoi peccati nei miei confronti. Hai preteso da me pií¹ del necessario, mi hai arrecato momenti difficili e mi hai fatto soffrire. Se compariamo le due liste, Tu sei in debito nei miei confronti. Ma visto che oggi è il Giorno del Perdono, Tu perdoni me, io perdono Te e proseguiremo insieme il nostro cammino per un altro anno”.

In una storia islamica: Muhammad ib Suqah racconta la storia di Abddulah e Mansur, due fedeli mussulmani. Un giorno, Abddulah chiese aiuto all’amico.

Il tempo passí², e non gli venne dato alcun aiuto. Un giorno, Mansur domandí²: “Fratello mio, tu mi hai chiesto aiuto e io non ho fatto niente. Eppure, non mi sembra che tu ne sia irritato”.

“La nostra è una lunga amicizia. Ho imparato ad amarti prima di avere bisogno di un favore”, rispose Abddulah. “E riesco a continuare ad amarti, non importa che tu mi ascolti o no”.

Mansur rispose: “Non ti ho ascoltato perché volevo conoscere la forza del tuo desiderio. Ho visto che questa forza è pií¹ grande della discordia e dell’odio. Domani avrai quello che hai chiesto”.

E PER TERMINARE QUESTA SERIE CON UN PO’ DI UMORISMO…

Secondo una coppia pií¹ vecchia: I due stavano prendendo un caffè nel giorno delle Nozze d’Oro. La moglie spalmí² il burro sulla parte croccante del pane e la porse al marito,tenendosi la mollica. “Avrei sempre voluto mangiare la parte migliore”, pensí² fra sé e sé. “Ma lo amo, e in questi cinquant’anni ho cercato di controllarmi, e a lui ho dato la mollica. Oggi vorrei soddisfare un mio desiderio”.

Con sua sorpresa, il viso del marito Si illuminí² con un sorriso. “Grazie per questo regalo! Per cinquant’anni avrei sempre voluto mangiare la crosta del pane. Ma per mantenere l’armonia nel nostro matrimonio, visto che ti piaceva tanto, non ho mai osato chiederla”.

Secondo una coppia pií¹ giovane: Il marito ricevette a Natale due belle cravatte da sua moglie. Soddisfatto, indossí² il suo vestito migliore, scelse una delle cravatte che aveva ricevuto e la invití² a cena fuori. Mentre mangiavano, notí² che la moglie appariva molto triste.

“Tesoro, mi sento un po’ ansiosa e sconcertata”, disse lei dopo un lungo silenzio. “Perché hai messo questa cravatta? L’altra non ti è piaciuta?”

Edizione nº 184 – Sesta virtí¹ cardinale: Coraggio

Secondo il dizionario: Dal latino cor, cuore s.f.; fermezza di spirito, energia davanti al pericolo; intrepidezza; animo; valentia; perseveranza.

Per Gesí¹ Cristo: Voi siete il sale della terra; ma se il sale fosse insipido, con che cosa lo si potrí  rendere salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non puí² restare nascosta una cittí  collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. (Matteo, 5, 13-15)

Nel caldo della lotta: Ieri ho avuto il coraggio di lottare. Oggi avrí² il coraggio di vincere. (Bernadette Devlin, attivista politica cattolica nell’Irlanda del Nord)

Tra i padri del deserto: Un gruppo di monaci del monastero di Sceta – fra cui il grande abate Nicerius – passeggiava nel deserto egiziano quando gli comparve davanti un leone. Terrorizzati, si misero tutti a correre.

Anni dopo, mentre Nicerius giaceva nel suo letto di morte, uno dei monaci disse:

– Abate, vi ricordate del giorno in cui incontrammo il leone? Fu l’unica volta che vi vidi aver paura.

– Ma io non ebbi paura.

– Allora perché vi metteste a correre insieme a noi?

– Ritenni meglio fuggire da un animale un certo pomeriggio piuttosto che passare il resto della vita fuggendo dalla vanití .

In un discorso: Il popolo volterí  le spalle a coloro che insultano la dignití  umana, descrivendo che alcuni devono essere i maestri, altri i servitori. Perché questo trasforma ogni essere umano in un predatore, la cui sopravvivenza dipende dalla distruzione dell’altro. In tal modo, avremo creato una societí  coraggiosa, che riconosce come tanto i neri quanto i bianchi appartengano alla stessa razza, siano nati uguali, e possiedano gli stessi diritti alla libertí , alla prosperití  e alla democrazia. Questa societí  non dovrí  mai accettare di nuovo l’esistenza di prigionieri di coscienza. (Nelson Mandela, che per 28 anni fu prigioniero di coscienza, quando ricevette il premio Nobel per la Pace, 10/12/1993)

Davanti al male assoluto: Due rabbini si prodigano in tutti i modi per portare il conforto spirituale agli ebrei nella Germania nazista. Per un anno, benché spaventati da morire, ingannano la Gestapo (la polizia segreta) e officiano le loro funzioni religiose in varie comunití .

Alla fine vengono arrestati. Uno di essi, terrorizzato da quello che potrí  accadere in seguito, non smette di pregare. L’altro passa tutto il giorno a dormire.

– Perché dormi? – domanda il rabbino spaventato. – Non hai paura? Non sai che cosa puí² accaderci?

– Ho avuto paura fino al momento dell’arresto. Ora che sono in prigione, a che serve avere timore? Il tempo della paura è finito: adesso comincia il tempo del coraggio per affrontare il tuo destino.

Su una spiaggia: Che cosa c’è intorno a te? Non esiste né gioia né coraggio, ma solo terrore in questo bell’imbrunire. Terrore di rimanere solo, terrore del buio che popola l’immaginazione di demoni, terrore di fare qualcosa che non rientri nel manuale delle buone maniere, terrore del giudizio di Dio, terrore dei commenti degli uomini, terrore di rischiare e perdere, terrore di guadagnare e dover convivere con l’invidia, terrore di amare ed essere respinto, terrore di chiedere un aumento, di accettare un invito, di recarsi in luoghi sconosciuti, di non riuscire a parlare una lingua straniera, di non avere la capacití  di far colpo sugli altri, di invecchiare, di morire, di essere notato per i tuoi difetti, di non essere notato per le tue qualití , di non essere notato né per i tuoi difetti né per le tue qualití . (in “Il diavolo e la signorina Prym, 1998)

Secondo un saggio: Il coraggio si manifesta negli atti, non a parole. Non è un bluff, non è arroganza o follia. Un uomo coraggioso è colui che osa fare cií² che ritiene giusto e sopporta le conseguenze delle proprie azioni – siano esse politiche, sociali o individuali.

L’uomo puí² obbedire a un altro uomo per due ragioni: per paura di essere punito, o per amore. L’obbedienza che deriva dall’amore per il prossimo è mille volte pií¹ potente della paura del castigo.(Mahatma Ghandi, 1869 – 1948)

Edizione nº 183 – Quinta virtí¹ cardinale: Giustizia

Secondo il dizionario: dal Lat. Justitias, s. f., conformití  con il diritto; atto di dare a ciascuno cií² che gli appartiene; equití ; insieme di magistrati e delle persone che servono presso di loro.

Secondo Gesí¹ Cristo: Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al male; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra. (Matteo 5: 38-39)

In un altro momento del Vangelo: Gesí¹ entrí² poi nel tempio di Dio e scaccií² tutti quelli che vi troví² a comprare e a vendere; e rovescií² i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe. (Matteo, 21:12)

Secondo Bankei: Durante una delle lezioni del maestro zen Bankei, un allievo fu colto a rubare. Tutti i discepoli chiesero l’espulsione dell’allievo, ma Bankei non fece nulla. La settimana seguente, l’allievo rubí² di nuovo. Irritati, gli altri pretesero che il ladro fosse punito.

“Poiché voi siete saggi”, disse Bankei. “sapete cií² che è giusto o sbagliato, e potete studiare in qualche altro posto. Ma questo povero fratello – che non sa che cosa sia giusto o sbagliato – ha soltanto me per insegnarglielo. E io continuerí² a farlo”. Un torrente di lacrime purificí² il viso del ladro: il desiderio di rubare era scomparso.

Lettera di un condannato a morte: Il braccio della morte è l’arena dove le politiche di Potere, Retribuzione e Violenza sono applicate a un uomo usando cemento e acciaio. Fino al momento in cui quest’uomo si trasforma in acciaio e cemento. Tuttavia, anche se l’acciaio puí² essere duro, è ancora capace di essere flessibile, e anche se il cuore si è trasformato in cemento, è ancora capace di battere. (Justin Fuller, giustiziato in Texas il 24/08/2006)

Durante l’Inquisizione Spagnola: Nel XV secolo, i padri inquisitori andavano di cittí  in cittí , riunendo gli abitanti nella piazza principale; dopo una predica, sceglievano aleatoriamente sei o sette persone, che venivano interrogate sulla vita dei vicini; in tutti i casi, queste persone accusavano sempre qualcuno, per paura di essere considerate eretiche.

Nell’applicazione della giustizia: “L’inferno è l’Irak” (risposta di Saddam Hussein, quando uno dei suoi esecutori gridí² ‘vai all’inferno’, 29/12/2006)

Nella cerimonia del tè: Noi notiamo la cattiveria negli altri perché conosciamo la cattiveria attraverso il nostro comportamento. Non perdoniamo mai quelli che ci feriscono perché pensiamo che non saremmo mai perdonati. Noi riveliamo la verití  dolorosa al prossimo perché vogliamo nasconderla a noi stessi. Ci rifugiamo nell’orgoglio affinché nessuno possa vedere la nostra fragilití . Per questo, ogni qualvolta ti troverai a giudicare il tuo fratello, sii consapevole che sei tu a essere sotto processo. Okakura Kakuso, Il libro del tè, 1904)

In cerca di prove: Anche se inefficace come mezzo di prova e metodo di investigazione, la tortura è stata per secoli il sistema giuridico per scoprire la verití  dei fatti. (Paulo Sérgio Pinheiro, Professore Cattedratico di Scienze Politiche)

Secondo il tutore del re di Persia: Quando era piccolo, Cosroes (in seguito Cosroes I) aveva un maestro che riuscí¬ a farlo spiccare in tutte le materie che egli apprendeva. Un pomeriggio, il maestro – apparentemente senza alcun motivo – lo castigí² con la massima severití .

Anni dopo, Cosroes salí¬ al trono. Uno dei suoi primi provvedimenti fu di convocare il maestro della sua infanzia ed esigere una spiegazione per l’ingiustizia che aveva commesso.

“Perché mi hai castigato senza che lo meritassi?” domandí².

“Quando vidi la tua intelligenza, seppi subito che avresti ereditato il trono di tuo padre”, rispose il maestro. “E decisi di mostrarti come l’ingiustizia sia capace di segnare un uomo per il resto della vita. Spero che tu non castighi mai nessuno senza motivo”.

Edizione nº 182 – Quarta virtí¹ cardinale: Sapienza

Secondo il dizionario: s.f., conoscenza profonda delle cose, naturale o acquisita; erudizione; rettitudine.

Secondo il Nuovo Testamento: La stoltezza di Dio è pií¹ sapiente degli uomini; e cií² che è debolezza di Dio è pií¹ forte degli uomini. Considerate infatti la vostra vocazione, fratelli: non sono molti i sapienti secondo la carne, né molti i potenti, né molti i nobili che sono chiamati. Al contrario, Dio ha scelto le cose stolte del mondo per confondere i sapienti; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per confondere i forti (Corinzi 1, 25-27).

Secondo l’Islam: Un sapiente arriví² nella cittí  di Akbar e gli abitanti non gli prestarono molta importanza. A parte un piccolo gruppo di giovani, il sapiente non riuscí¬ a interessare nessun altro; al contrario, divenne l’oggetto dell’ironia degli abitanti della cittí . Un giorno passeggiava con alcuni dei suoi discepoli per la strada principale, quando un gruppo di uomini e donne comincií² a insultarlo. Il sapiente si avviciní² loro e li benedisse.

Allontanandosi da lí¬, uno dei discepoli commentí²: “Loro dicevano cose orribili e voi rispondevate con belle parole”.

E il sapiente rispose: “Ciascuno di noi puí² offrire solo cií² che possiede”.

Secondo la tradizione hassidica (giudaica): Quando Mosè salí¬ nei cieli per scrivere una certa parte della Bibbia, l’Onnipotente gli chiese di collocare delle piccole corone su alcune lettere della Torah. Mosè disse: “Maestro dell’Universo, perché mettere queste corone?” Dio rispose: “Perché fra cento generazioni un uomo chiamato Akiva le interpreterí “.

“Mostrami l’interpretazione di quest’uomo”, chiese Mosè.

Il Signore lo condusse nel futuro e lo fece assistere a una delle lezioni del rabbino Akiva. Un allievo domandava: “Rabbino, perché queste corone disegnate sopra alcune lettere?”

“Non so”, rispose Akiva. “E sono certo che non lo sapesse neppure Mosé. Egli fece questo solo per insegnarci che, sia pure senza comprendere tutto cií² che il Signore fece, possiamo comunque confidare nella sua saggezza”.

Nel regno animale: Il millepiedi decise di domandare al saggio della foresta, una scimmia, quale fosse il rimedio migliore per il suo dolore alle gambe.

“Si tratta di reumatismi”, disse la scimmia. “Tu hai troppe gambe”.

“E come faccio per averne soltanto due?”

“Non annoiarmi con i dettagli”, rispose la scimmia. “Un saggio dí  solo il consiglio migliore: il problema devi risolverlo tu”.

Una scena a cui ho assistito nel 1997: Un apprendista di occultimo che conosco, sperando di fare una buona impressione sul suo maestro, lesse alcuni manuali di magia e decise di acquistare i materiali indicati nei testi. Con grande difficoltí  riuscí¬ a procurarsi un certo tipo di incenso, alcuni talismani, una struttura di legno con dei caratteri sacri scritti in un ordine stabilito. Mentre faceva colazione con il suo maestro, questi gli domandí²:

– Tu credi che, avvolgendoti intorno al collo dei fili del computer, otterrai l’efficienza della macchina? Credi forse che, comprando cappelli e abiti sofisticati, acquisirai anche il buon gusto e la raffinatezza di chi li ha creati?

“Gli oggetti possono essere tuoi alleati, ma non contengono alcun tipo di saggezza. Per prima cosa, pratica la devozione e la disciplina, e tutto il resto ti sarí  aggiunto”.

Davanti ad Alessandro: Il filosofo greco Anaximene (400 A.C.) si recí² da Alessandro, il Grande, per tentare di salvare la sua cittí .

“Ti ho ricevuto perché so che sei un saggio. Ma hai la mia parole di re che non accetterí² mai quello che sei venuto a chiedermi”, disse il potente guerriero davanti ai suoi generali.

“Sono venuto a chiederti solo di distruggere la mia cittí “, rispose Anaximene. E, in questo modo, la cittí  fu salva.

Edizione nº 181 – Terza virtí¹ cardinale: Amore

Secondo il dizionário: dal Lat.Amores, s. m., viva affezione che ci spinge verso l’oggetto dei nostri desideri; inclinazione dell’anima e del cuore; affezione; passione; inclinazione esclusiva; grazia teologale.

Nel Nuovo Testamento: Ora, dunque, permangono la Fede, la Speranza e l’Amore, questi tre, ma il maggiore di tutti è l’amore. (Cor 13:13)

Secondo l’etimologia: I greci disponevano di tre parole per designare l’amore: Eros, Philos e Agape. Eros è il sano amore tra due persone, che giustifica la vita e perpetua la razza umana. Philos è il sentimento che dedichiamo ai nostri amici. Infine, Agape, che contiene Eros e Philos, va ben oltre il semplice fatto del “piacere” di qualcuno. Agape è l’amore totale, l’amore che divora chi lo prova. Per i cattolici, questo fu l’amore che Gesí¹ sentí¬ per l’umanití , e fu talmente grande che scosse le stelle e cambií² il corso della storia dell’uomo. Chi conosce e prova Agape, vede che nient’altro a questo mondo ha importanza, soltanto amare.

Per Oscar Wilde: Si distrugge sempre quello che pií¹ si ama / in campo aperto, o in un’imboscata; /alcuni con la leggerezza dell’affettuosití  / altri con la durezza della parola; / i codardi distruggono con un bacio, /i valenti distruggono con la spada.(in Ballata del Carcere di Reading, 1898)

In un sermone della fine del XIX secolo: Spandi generosamente il tuo amore sui poveri, il che è facile; e sui ricchi, che diffidano di tutti e non riescono a scorgere l’amore di cui tanto hanno bisogno. E sul tuo prossimo – il che è molto difficile, perché è con lui che siamo pií¹ egoisti. Ama. Non perdere mai un’occasione di dare gioia al prossimo, perché sarai tu il primo a trarne beneficio – anche se nessuno sa quello che stai facendo. Il mondo intorno a te sarí  pií¹ contento, e le cose saranno molto pií¹ facili per te.

In questo mondo io vivo il presente. Qualsiasi cosa buona io possa fare, o qualsiasi gioia possa dare agli altri, vi prego, fatemelo sapere. Non lasciatemi rinviare o dimenticare, poiché non tornerí² mai pií¹ a rivivere di nuovo questo momento. ( in Il dono supremo, Henry Drummond [ 1851-1897])

In un messaggio elettronico ricevuto dall’autore: “Fintanto che ho serbato il mio cuore per me stessa, non ho mai avuto una mattina di angoscia o una notte d’insonnia. Dal momento in cui mi sono innamorata, la mia vita è stata una sequenza di angosce, di perdite, di discordanze. Penso che, usando l’amore, Dio sia riuscito a nascondere l’inferno in mezzo al paradiso” (C.A., 23/11/2006)

Per la scienza: Nel 2000, i ricercatori Andreas Bartels e Semir Zeki, dell’University College di Londra, hanno localizzato le aree del cervello attivate dall’amore romantico, servendosi a questo scopo di una serie di studenti che dicevano di essere perdutamente innamorati. In primo luogo, hanno concluso che le zone colpite dal sentimento sono molto minori di quanto loro immaginassero, e sono le stesse che vengono attivate da stimoli di euforia, come nell’uso della cocaina, per esempio. Il che ha condotto gli autori a concludere che l’amore è simile alla manifestazione di dipendenza fisica provocata da droghe.

Sempre usando lo stesso sistema di scannerizzare il cervello, la scienziata Helen Fisher, della Rutgers University, ha concluso che tre caratteristiche dell’amore (sesso, romanticismo e dipendenza reciproca) stimolano aree diverse nella corteccia; concludendone che possiamo essere innamorati di una persona, desiderare di fare l’amore con un’altra e vivere con una terza.

Per un poeta: L’amore non possiede nulla, e non vuole neppure essere posseduto, perché esso basta a se stesso. L’amore vi farí  crescere, e poi vi getterí  a terra. Vi castigherí  affinchè sentiate la vostra impotenza, vi agiterí  perché si allontanino tutte le vostre impurití . Vi amalgamerí  per rendervi flessibili.

E poi vi getterí  nel fuoco, perché possiate convertirvi nel pane benedetto, che sarí  servito alla festa sacra di Dio (in Il Profeta, di Khalil Gibran, [1883-1931] )

(prossimo Guerriero della Luce Online: Sapienza)

Edizione nº 180 – Seconda virtí¹ cardinale: Speranza

By Paulo Coelho

Per il dizionario: s. f. tendenza dello spirito a considerare qualcosa come probabile; la seconda delle virtí¹ teologali; aspettativa; supposizione; probabilití .

Nelle parole di Gesí¹: Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celestre li nutre. Non contate voi forse pií¹ di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, puí² aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? Perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo! Non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste cosí¬ l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrí  gettata nel fuoco, non farí  assai pií¹ per voi, gente di poca fede? (Matteo, 6: 26-30)

Per gli antichi greci: In uno dei miti classici della creazione, uno degli dei, infuriato perché Prometeo aveva rubato il fuoco e con cií² dato indipendenza all’uomo, invia Pandora a sposarsi con suo fratello, Epimeteo. Pandora porta con sé un vaso, che le è stato proibito di aprire. Tuttavia, proprio come Eva nel mito cristiano, la sua curiosití  è pií¹ forte: solleva il coperchio per vedere che cosa contenga, e in quel momento ne escono fuori tutti i mali del mondo e si sparpagliano per la Terra. Solo una cosa vi rimane dentro: la Speranza, l’unica arma per combattere i mali che si sono diffusi.

Le quattro maggiori speranze dell’umanití :

1] La venuta del Messia (nel caso del Cristianesimo, il ritorno di Cristo, e nel caso dell’Islam e dell’Ebraismo, la prima venuta); 2] La cura del cancro; 3] La scoperta di una vita extraterrestre; 4] La pace universale (fonte: ricerca sui titoli di giornale pií¹ attesi, 1996)

Una storia vera: All’etí  di cinque anni, Glenn Cunninghan (1909-1988) subí¬ delle serie ustioni alle gambe e i medici non avevano speranza di un suo recupero. Tutti pensavano che fosse condannato per il resto della vita sulla sedia a rotelle.

Glenn Cunningham non prestí² ascolto ai dottori e si alzí² dal letto la settimana seguente.

– I medici vedevano le mie gambe, ma non il mio cuore. Ora correrí² pií¹ veloce di chiunque altro.

Nel 1934, battè il record mondiale dei 1.500m con 4m 06s. Gli fu reso omaggio come atleta del secolo nel Madison Square Garden.

In una storia hassidica (tradizione giudaica): Alla fine dei quaranta giorni di diluvio, Noè uscí¬ dall’arca. Scese carico di speranza, accese dell’incenso, si guardí² intorno e tutto cií² che vide fu distruzione e morte. Noè reclamí²:

“Onnipotente, se conoscevi il futuro, perché hai creato l’uomo? Solo per avere il piacere di castigarlo?”

Un triplice profumo salí¬ al cielo: l’incenso, il profumo delle lacrime di Noè e l’aroma delle sue azioni. Giunse allora la risposta:

“Le preghiere di un uomo giusto sono sempre ascoltate. Ti dirí² perché ho fatto questo: affinchè tu capissi la tua opera. Tu e i tuoi discendenti userete la speranza, e starete sempre ricostruendo un mondo che è venuto dal nulla. In questo modo divideremo il lavoro e le conseguenze: ora siamo entrambi responsabili”.

Le quattro speranze dell’individuo:

1] l’incontro con l’essere amato; 2] l’assenza di problemi finanziari; 3] l’assenza di malattie; 4] l’immortalití  (fonte: Libro delle Liste, Irving Wallace, 1977)

Sperando di essere ricordato: Il grande califfo Alrum Al-Rachid decise di costruire un palazzo che marcasse la grandiosití  del suo regno. Accanto al terreno scelto, c’era una capanna. Al-Rachid chiese al suo ministro di convincere il proprietario – un vecchio tessitore – a venderla per essere demolita. Il ministrí² tentí², senza successo. Di ritorno al palazzo, fu suggerito che semplicemente cacciassero il vecchio da quel luogo.

“No”, rispose Al-Rachid. “Essa passerí  a far parte del mio legato al popolo. Quando vedranno il palazzo, diranno: egli fu grande. E quando vedranno la capanna, diranno: egli fu giusto, perché rispettí² il desiderio degli altri”.

(prossimo Guerriero della Luce Online: Amore)

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Edizione nº 179 – Prima virtí¹ cardinale: la fede

In passato, abbiamo parlato in questo spazio dei sette peccati capitali. íˆ stata una serie che ha avuto un’ampissima ripercussione da parte dei lettori, e questo mi ha rallegrato molto. Ma, e le sette virtí¹ cardinali?

I peccati precedono le virtí¹. Come dice un grande saggio, colui che non ha peccato, non ha merito nella propria virtí¹ – perché non ha vinto alcuna tentazione. La maggior parte degli uomini santi, di qualsiasi religione, generalmente hanno avuto una vita dissoluta o apatica prima di dedicarsi alla ricerca spirituale.

Quindi, una volta conclusa la seria dei peccati, e seguendo la logica del cammino della Luce, dedicheremo le prossime colonne alle sette virtí¹ cardinali, cominciando dalla Fede. Esse sono derivate dalla somma di tre virtí¹ teologiche, con l’aggiunta di altre quattro basate su Platone, che furono adattate da Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino (per quanto riguarda le quattro virtí¹ complementari, vi sono molte divergenze, sicchè ho deciso di scegliere l’elenco pií¹ convenzionale).

Secondo il dizionario: dal Lat. fide, fiducia s. f., credenza religiosa; convinzione in qualcuno o qualche cosa; fermezza dell’esecuzione di un impegno; credito; fiducia; intenzione; virtí¹ teologale.

Secondo Gesí¹ Cristo: “Dissero allora gli apostoli al Signore: ‘Aumenta la nostra fede’. Rispose il Signore: ‘Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.” (Luca, 17: 5-6)

Secondo il buddismo: “Noi siamo cií² che pensiamo. Con il pensiero, costruiamo e distruggiamo il mondo.

Noi siamo cií² che pensiamo. La tua immaginazione puí² causarti pií¹ danno del tuo peggior nemico.

Ma, una volta che controlli i tuoi pensieri, nessuno puí² aiutarti tanto, neppure tuo padre o tua madre.” (brano Dhammapada, collezione di alcuni dei principali insegnamenti di Budda)

Per l’Islam: “Come purifichiamo il mondo?”, domandí² un discepolo.

Ibn al-Husayn rispose: “C’era a Damasco uno sceicco che si chiamava Abu Musa al-Qumasi. Tutti lo onoravano per la sua sapienza, ma nessuno sapeva se fosse un uomo buono. Un pomeriggio, un difetto di costruzione fece crollare la casa dove lo sceicco viveva con sua moglie. I vicini, disperati, cominciarono a scavare fra le rovine. A un certo momento, riuscirono a localizzare la moglie”.

Lei disse: “Lasciatemi. Salvate prima mio marito, che stava seduto pií¹ o meno lí¬”. I vicini rimossero le macerie nel punto indicato e trovarono lo sceicco. Questi disse: “Lasciatemi. Salvate prima mia moglie, che stava sdraiata pií¹ o meno lí¬.”

“Quando qualcuno agisce come questa coppia, sta purificando il mondo intero attraverso la propria fede nella vita e nell’amore”.

La fede di negare la realtí : “Un anno orsono, ho tenuto un discorso su una portaerei, dicendo che eravamo riusciti a raggiungere un importante obiettivo, avevamo compiuto una missione, che era la rimozione di Saddam Hussein dal potere. Come risultato, non esistono pií¹ celle di tortura o fosse collettive” (George W. Bush, 30 aprile 2004. Quello stesso mese, il mondo avrebbe visto le fotografie di torture nella prigione di Abu Graib, e le esecuzioni collettive della guerra civile fra sciiti e sunniti continuano fino al momento in cui scrivo questa colonna)

Secondo il rabbino Nachman de Bratzlava: Un discepolo si rivolse al rabbino e commentí²: “Non riesco a conversare con il Signore”. “Questo accade di frequente”, rispose Nachman. “Sentiamo che la bocca è sigillata, o che le parole non escono. Tuttavia, il semplice fatto di fare uno sforzo per superare questa situazione è gií  un atteggiamento benefico”.

“Ma non è quanto basta”.

“Hai ragione. In questi momento, quel che si deve fare è rivolgersi verso l’alto e dire: “Onnipotente, sono tanto lontano da Te che non riesco a credere neppure alla mia voce.” Perché, in verití , il Signore ascolta e risponde sempre. Siamo noi che non riusciamo a parlare, per paura che Egli non presti attenzione.”

Edizione nº 178 – Quando gli angeli parlano

Quando gli angeli parlano

Nessuno è coraggioso sempre. L’ignoto è una sfida costante, e la paura fa parte del viaggio.

Che fare? Conversa con te stesso. Parla da solo. Conversa con te, anche se gli altri potrebbero pensare che sei diventato matto. Via via che parliamo, una forza interiore ci dí  sicurezza per superare gli ostacoli che bisogna vincere. Impariamo le lezioni dalle sconfitte che – inevitabilmente – subiremo. E ci prepariamo alle tante vittorie che faranno parte della nostra vita.

E, detto fra noi, coloro che hanno questa abitudine (fra i quali includo me stesso) sanno che non parlano mai da soli: c’è un angelo custode, che ascolta e ci aiuta a riflettere. Ecco, di seguito, alcune storie sugli angeli.

La conversazione nel cielo

Abd Mubarak si stava recando alla Mecca, quando sogní² una notte di trovarsi nel cielo. Lí¬, potè udire due angeli che conversavano.

“Quanti pellegrini sono venuti quest’anno nella cittí  sacra?” domandí² uno dei due.

“Seicento mila”, rispose l’altro.

“E, fra tutti questi, di quanti di loro è stato accettato il pellegrinaggio?”

“Di nessuno. Invece, esiste a Baghdad un ciabattino di nome Ali Mufiq, che non ha mai fatto la camminata, ma il suo pellegrinaggio è stato accettato e le sue grazie hanno beneficiato i 600 mila pellegrini”.

Quando si sveglií², Abd Mubarak si recí² alla bottega del ciabattino Mufiq, e gli raccontí² il sogno.

“A costo di grandi sacrifici, avevo raccolto infine 350 monete”, disse, piangendo, il ciabattino. “Tuttavia, quando ero pronto per proseguire per la Mecca, ho scoperto che i miei vicini avevano fame. Ho distribuito il denaro fra loro, sacrificando il mio pellegrinaggio”.

Il mendicante e il monaco

Un monaco meditava nel deserto, quando si avviciní² un mendicante:

“Ho bisogno di mangiare”.

Il monaco – che era quasi in sintonia perfetta con il mondo spirituale – non rispose.

“Ho bisogno di mangiare”, insistette il mendicante.

“Va’ in cittí  e chiedi agli altri. Non vedi che mi stai ostacolando? Sto tentando di entrare in comunicazione con gli angeli”.

“Dio si pose al di sotto dell’uomo, laví² i suoi piedi, diede la propria vita, e nessuno lo riconobbe”, rispose il mendicante. “Colui che dice di amare Dio – che non vede – e dimentica il proprio fratello – che vede -, sta mentendo”.

E il mendicante si trasformí² in un angelo.

“Che peccato, c’eri quasi riuscito”, affermí² prima di andarsene.

Condannando il fratello

L’abbate Isaac de Tebas stava pregando nel patio del monastero quando vide uno dei monaci commettere un peccato. Infuriato, interruppe l’orazione e condanní² il peccatore.

Quella sera, gli fu impedito di tornare nella propria cella da un angelo, che gli disse: “tu hai condannato il tuo fratello, ma non hai detto che castigo dobbiamo applicare: le pene dell’inferno? Una malattia terribile ancora in questa vita? Qualche tormento nella sua famiglia?”

Isaac s’inginocchií² e chiese perdono: “lo lanciato le parole nell’aria, e un angelo le ha udite. Ho peccato per mancanza di responsabilití  in cií² che dico. Dimentica la mia ira, Signore, e fa’ che io adotti maggiore cautela nel giudicare il mio prossimo”.