Edizione nº 171 : L’atto di scrivere – il testo (fine)

Nel Guerriero della Luce Online precedente, ho parlato della lettura, della penna e della parola. Termino qui con alcune riflessioni sul testo finale.

Prima di tutto, ripeto quel che ho gií  detto: chiunque ha sempre una bella storia da raccontare, ed è proprio della condizione umana condividere con gli altri un po’ della propria esperienza. Forse mi domanderete: e l’editore? Come pubblicare queste esperienze?

In realtí , oggigiorno esistono varie piattaforme per questo (come internet o il giornale locale, per esempio) e ci sarí  sempre qualcuno interessato a cií² che scrivi. Tuttavia, se anche non ci fosse, scrivi per il piacere di scrivere.

A mano a mano che la penna traccia le parole sul foglio, le tue angosce scompaiono, e rimangono le gioie. Per questo, è necessario avere il coraggio di guardare nel profondo di se stessi, portare tutto cií² nel mondo esterno e avere pií¹ coraggio ancora per ammettere che, un giorno, quello che hai scritto potrí  (e dovrí ) essere letto da qualcuno.

E se fosse qualcosa di molto intimo?

Non devi preoccuparti. Migliaia di anni fa Salomone scrisse queste parole: “Cií² che è stato è cií² che dovrí  essere; e cií² che si è fatto, lo si tornerí  a fare; non v’è nulla, dunque, di nuovo sotto il Sole” (Ecclesiaste 1:9).

Ossia: se migliaia di anni fa non c’era niente di nuovo, immagina adesso! I nostri sentimenti di gioia e di angoscia sono sempre gli stessi, e non dobbiamo nasconderli. E anche se sotto il sole non c’è niente di nuovo, permane ancora la necessití  di tradurre tutto cií² per noi stessi e per la nostra generazione. 

Jorge Luis Borges disse una volta che in realtí  esistono soltanto quattro storie da raccontare:

A] una storia d’amore tra due persone

B] una storia d’amore fra tre persone

C] la lotta per il potere

D] un viaggio.

Pur tuttavia, nel corso dei secoli gli uomini e le donne hanno continuato a raccontare queste storie, ed è il momento che tu faccia la stessa cosa. Grazie all’arte della scrittura, entrerai in contatto con il tuo universo sconosciuto e, alla fine, ti sentirai un essere umano ben piú capace di quanto giudicassi. 

La stessa parola puí² essere letta in maniera diversa. Scrivi mille volte “amore”, per esempio, e in ognuna di queste volte il sentimento sarí  distinto. 
Una volta che le lettere, le parole e le frasi sono vergate sul foglio, la tensione necessaria perché cií² avvenga non ha piú ragione di esistere. 

Dunque, la mano che le scrive riposa, e sorride il cuore di chi ha osato condividere i propri sentimenti.

Chi passerí  accanto a uno scrittore che ha appena completato un testo, noterí  che il suo sguardo è assente, e che lui sembra distratto.

Ma lui – soltanto lui – sa che ha rischiato molto, che è riuscito a sviluppare il proprio istinto, che ha mantenuto l’eleganza e la concentrazione durante tutto il processo, e ora puí² concedersi il lusso di sentire la presenza dell’universo, vedendo che la sua azione è stata giusta e meritata. Gli amici piú intimi sanno che il suo pensiero ha cambiato dimensione, ora si trova in contatto con tutto l’universo: egli continua a lavorare, ad apprendere tutto cií² che quel testo ha portato di positivo, a correggere gli eventuali errori e ad accettare le sue qualití .

Scrivere è un atto di coraggio. Ma vale la pena rischiare.  
 
E i critici? 

Leggi le biografie: nessuno ne è sfuggito, in qualsiasi campo. Da James Joyce, che fu considerato dal rispettabile “Times” un pervertito, fino a Orson Welles, il genio del cinema, definito da Umberto Eco una persona mediocre.

Tu vai avanti. Perché spetta agli scrittori scrivere, ai lettori leggere e ai critici criticare. Invertire questa scala sarebbe, come minimo, sconsigliabile. Quasi tutti i giorni, io ricevo qualche messaggio elettronico di gente che si sente personalmente attaccata quando legge qualche cosa di negativo su di me nella stampa.

Io ringrazio per la solidarietí , ma spiego che questo fa parte del gioco. Sono criticato sin da quando ho scritto “L’alchimista” (il “Diario di un mago” è passato relativamente inosservato dalla stampa, se non per alcuni servizi giornalistici che parlavano dello scrittore, ma che quasi mai si riferivano al contenuto del libro).

Ho gií  visto molti scrittori riscuotere un enorme successo di pubblico, ma che, nel ricevere l’inevitabile lapidazione della critica, si avviano in due direzioni. La prima è che non riescono piú a pubblicare un libro: ed è il caso di “Il Profumo”, di Patrick Suskind. All’epoca, il suo editore (che è anche il mio editore in Germania) pubblicí² due intere pagine sui giornali locali – una con la critica che stroncava il libro, e l’altra con i librai che affermavano di adorarlo. “Il Profumo” si rivelí² uno dei maggiori successi di vendita di tutti i tempi. In seguito, Suskind pubblicí² una raccolta, due libri che aveva scritto prima del grande successo, e poi uscí­ di scena. 

Nel secondo caso, gli scrittori si sentono intimiditi e tentano di compiacere la critica al libro successivo. Susanna Tamaro aveva riscosso un plauso enorme da parte del pubblico (e una valanga di attacchi della critica) con “Va dove ti porta il cuore”. Il suo libro successivo, “Anima Mundi”, molto atteso dai lettori, sostituí­ alla poesia semplice e meravigliosa del titolo precedente una complessití  che le fece perdere i lettori fedeli, e alla fine non piacque neppure ai critici.

L’altro esempio è Jostein Gaarder. “Il mondo di Sofia” conobbe un successo mondiale, perché sapeva trattare la storia della filosofia in una maniera diretta e piacevole. Ma questo non piacque né ai critici né ai filosofi. Gaarder comincií² allora a complicare il suo linguaggio, e finí¬ per essere abbandonato dai lettori, pur continuando a essere detestato dai critici.

A quanto pare, nei paragrafi precedenti anch’io ho cominciato a giudicare. Perché? Criticare è facilissimo – quello che è difficile è scrivere libri.

Ne “Lo Zahir”, il personaggio principale (un famoso scrittore brasiliano) afferma di essere in grado di indovinare esattamente quel che sarí  detto del suo nuovo libro, che deve ancora uscire: “Ancora una volta, nei tempi turbolenti in cui viviamo, l’autore ci fa fuggire dalla realtí “. “Frasi brevi, stile superficiale”. “L’autore ha scoperto il segreto del successo – marketing”.

Proprio come il personaggio principale de “Lo Zahir”, io non mi sbaglio mai. Ho fatto una scommessa con un giornalista brasiliano, e ci ho colto in pieno.

Concludo questo testo con una frase del drammaturgo irlandese Brendan Behan:

“I critici sono come gli eunuchi in un harem. Teoricamente sanno qual è la maniera migliore di fare, ma non riescono ad andare oltre”.

tags technorati :

Edizione nº 170 : L’atto di scrivere

“Esistono due tipi di scrittori: quelli che fanno pensare, e quelli che fanno sognare” dice Brian Aldiss, che mi ha fatto sognare per molto tempo con i suoi libri di fantascienza. Pensando ad una sua frase e al mio mestiere, ho deciso di scrivere tre testi sul tema. Io penso che, teoricamente, ogni essere umano su questo pianeta abbia per lo meno una buona storia da raccontare ai suoi simili. Ecco, a seguire, qualche mia riflessione su alcuni punti importanti nel processo di creazione di un testo.

Il lettore

Lo scrittore deve essere, soprattutto, un buon lettore. Quello che si aggrappa ai libri accademici e non legge cií² che gli altri scrivono (e a questo proposito non sto parlando solo di libri, ma anche di blogs, di colonne sui giornali, ecc.) non conoscerí  mai le proprie qualití  e i propri difetti.

Dunque, prima di cominciare qualsiasi cosa, ricerca gente che sia interessata a condividere la propria esperienza attraverso la parola.

Non dico: “ricerca altri scrittori”.

Dico: incontra persone con abilití  differenti, perché scrivere non è diverso da qualsiasi altra attivití  svolta con entusiasmo.

I tuoi alleati non saranno necessariamente quelle persone a cui tutti guardano, meravigliati, affermando: “non c’è nessun altro migliore”. Anzi, al contrario: è gente che non ha paura di sbagliare e, dunque, sbaglia. Per cií², non sempre il suo lavoro è riconosciuto. Ma è questo tipo di persona che trasforma il mondo e che, dopo molti errori, riesce a fare qualcosa di giusto che farí  la grande differenza nella sua comunití .

Sono persone che non possono restare ad aspettare che le cose accadano, per poi poter decidere quale sia il modo migliore di raccontarle: esse decidono a mano a mano che agiscono, pur sapendo che questo puí² essere molto rischioso.

Convivere con queste persone è importante per uno scrittore, perché egli ha bisogno di capire che, prima di porsi davanti al foglio di carta, deve essere abbastanza libero per cambiare direzione a mano a mano che il suo immaginario viaggia. Quando termina una frase, lo scrittore deve dire a se stesso: “mentre scrivevo, ho percorso un lungo cammino. Ora termino questo paragrafo con la consapevolezza di avere rischiato molto e dato il meglio di me”.

I migliori alleati sono quelli che non la pensano come gli altri. Per cií², fintanto che ricerchi i tuoi compagni non sempre visibili (giacché raramente avviene l’incontro tra il lettore e lo scrittore), credi nella tua intuizione e non badare ai commenti altrui. Le persone giudicano sempre gli altri avendo come modello le proprie limitazioni – e talvolta l’opinione della comunití  è carica di preconcetti e paure.

Unisciti a coloro che non hanno mai detto: “è finita, devo fermarmi qui”.Perché, come all’inverno fa seguito la primavera, niente puí² avere fine: dopo che avrai raggiunto il tuo obiettivo, sarí  necessario ricominciare di nuovo, usando sempre tutto cií² che hai appreso nel cammino.

Unisciti a coloro che cantano, raccontano storie, si godono la vita e negli occhi mostrano di avere gioia. Perché la gioia è contagiosa, e riesce sempre ad impedire che le persone si lascino paralizzare dalla depressione, dalla solitudine e dalle difficoltí .

E racconta la tua storia, foss’anche solo perché la legga la tua famiglia.

La penna

Tutta l’energia del pensiero finisce per manifestarsi nella punta di una penna. Certo, possiamo anche sostituire questa parola con biro, tastiera di un computer, matita, ma penna è piú romantico, non è vero?

Torniamo al tema: la parola finisce per condensare un’idea.

Il foglio di carta è solo un supporto per questa idea.

Ma la penna rimarrí  sempre con te, e bisogna sapere come utilizzarla.

Sono necessari periodi di inattivití  – una penna che scriva sempre finisce per perdere la consapevolezza di cií² che fa. Dunque, lasciala riposare ogni qualvolta sia possibile e preoccupati di vivere e incontrare i tuoi amici. Quando tornerai alla scrittura, troverai una penna contenta, dalla forza intatta.

La penna non ha consapevolezza: essa è un prolungamento della mano e del desiderio dello scrittore. Serve a distruggere reputazioni, a far sognare, a trasmettere notizie, a delineare belle frasi d’amore. Dunque, sii sempre chiaro nelle tue intenzioni.

La mano è il punto in cui si concentrano tutti i muscoli del corpo, tutte le intenzioni di colui che scrive, tutto lo sforzo per condividere cií² che sente. Non è solo una parte del tuo braccio, ma una estensione del tuo pensiero. Tocca la tua penna con lo stesso rispetto che un violinista nutre per il suo strumento.

La parola

La parola è l’intenzione finale di chiunque desideri condividere qualcosa con il proprio simile.

William Blake diceva: tutto cií² che scriviamo è frutto della memoria o dell’ignoto. Se dovessi dare un suggerimento, direi: rispetta l’ignoto e ricerca in esso la tua fonte di ispirazione. Le storie e i fatti rimangono gli stessi, ma quando apri una porta nel tuo inconscio e ti lasci guidare dall’ispirazione, vedrai che il modo di descrivere cií² che hai vissuto o sognato è sempre molto piú ricco quando il tuo inconscio sta guidando la penna.

Ogni parola lascia nel tuo cuore un ricordo – ed è la somma di questi ricordi che forma le frasi, i paragrafi, i libri.

Le parole sono flessibili come la punta del tuo pennino e capiscono i segnali del cammino. Le frasi non esitano a deviare il loro corso quando scoprono o intravvedono una opportunití  migliore.

Le parole possiedono la qualití  dell’acqua: contornare le rocce, adattarsi al letto del fiume, talvolta trasformarsi in un lago e poi, una volta colmata la depressione, proseguire per il proprio cammino.

Perché la parola, se scritta con sentimento e anima, non dimentica che la propria destinazione è l’oceano di un testo, e che prima o poi lo raggiungerí .

(termina nel prossimo numero)
tags technorati :

Edizione nº 169 : Grazie, Presidente Bush

Ho scritto la lettera qui sotto riportata il 9 marzo del 2003, dieci giorni prima dell’invasione dell’Iraq. íˆ il mio testo piú letto fino a oggi: pubblicato sui principali giornali del pianeta, trasformato in una catena in internet, è stato letto da circa 500.000.000 di persone.

La guerra entra ora nel suo sesto anno: piú di 4.000 soldati americani hanno perso la vita, insieme a un numero indefinito di iracheni. Secondo la CNN (24/03/2008), “le stime collocano le morti fra 80.000 e centinaia di migliaia, con 2 milioni di persone costrette a lasciare il paese e altri 2,5 milioni in campi profughi, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite”.

Gran parte delle persone che cito sono ormai uscite di scena, ma la guerra continua. Non esiste, al momento, alcuna luce alla fine del tunnel. Ecco alcuni passaggi della lettera:

Grazie, grande leader George W. Bush.

Grazie per aver mostrato a noi tutti il pericolo che Saddam Hussein rappresenta. Molti di noi avevano forse dimenticato che egli ha usato le armi chimiche contro il suo popolo, contro i curdi, contro gli iraniani. Hussein è un dittatore sanguinario, una delle piú chiare espressioni del male oggi.

Questa, tuttavia, non è l’unica ragione per la quale la ringrazio. Nei primi due mesi del 2003, lei è stato capace di mostrare molte cose importanti al mondo. Percií², ricordando una poesia che ho imparato quand’ero bambino, voglio dirle grazie.

Grazie per aver rivelato al mondo il gigantesco abisso che esiste tra la decisione dei governanti e i desideri del popolo. Per aver reso chiaro che tanto José Marí­a Aznar come Tony Blair non danno la minima importanza e non hanno alcun rispetto per i voti che hanno ricevuto. Aznar è capace di ignorare che il 90% degli spagnoli è contro la guerra, e Blair non si cura della piú grande manifestazione pubblica mai realizzata in Inghilterra negli ultimi 30 anni.

Grazie perché la sua perseveranza ha forzato Blair ad andare in Parlamento con un dossier falsificato, redatto da uno studente dieci anni fa, e presentarlo come “prove schiaccianti raccolte dal servizio segreto britannico”.

Grazie perché, grazie ai suoi sforzi per la guerra, per la prima volta le nazioni arabe, generalmente divise, sono state unanimi nel condannare un’invasione, durante il loro incontro al Cairo.

Grazie perché, grazie alla sua retorica affermazione che “l’ONU ha un’opportunití  per mostrare la sua importanza”, persino i paesi piú riluttanti hanno finito per prendere posizione contro un attacco.

Grazie per aver tentato di dividere un’Europa che lotta per la sua unificazione: questo è un allerta che non sarí  ignorato.

Grazie per aver conseguito cií² che pochi hanno conseguito in questo secolo: unire milioni di persone, in tutti i continenti, a lottare per la stessa idea, anche se questa idea è opposta alla sua.

Grazie perché, senza di lei, non avremmo conosciuto la nostra capacití  di mobilitazione. Forse non ci serve a nulla nel presente, ma sarí  utile piú avanti. Ora che i tamburi di guerra sembrano suonare in maniera irreversibile, voglio fare mie le parole rivolte da un antico re europeo a un invasore: “Che il tuo mattino sia bellissimo, che il sole brilli sulle armature dei tuoi soldati, perché nel pomeriggio io ti sbaraglierí²”.

Approfitti dunque del suo mattino e della gloria che esso puí² ancora recare.

Grazie perché non ci ha ascoltato e non ci ha preso sul serio. Ma sappia che noi la ascoltiamo e non dimenticheremo le sue parole.

Grazie, grande leader George W. Bush.

Mille grazie.

tags technorati :

Edizione nº 168 : Misticismo Sufi

Il turbante di Nasrudin

Nasrudin si presentí² a corte con un magnifico turbante, chiedendo la carití  di un po’ di denaro.

– Sei venuto a chiedermi denaro e porti sul capo un ornamento tanto caro. Quanto è costato questo copricapo straordinario? – domandí² il sovrano.

– Cinquecento monete d’oro – rispose il saggio sufi.

Il ministro sussurrí²: “íˆ una menzogna. Nessun turbante costa questa fortuna”.

Nasrudin insistette:

– Non sono venuto qui solo per chiedere, sono venuto anche per negoziare. Ho pagato tanto denaro per il turbante perché sapevo che, in tutto il mondo, solo un sovrano avrebbe potuto comprarlo per seicento monete, affinché io potessi dare il ricavato ai poveri.

Il sultano, adulato, pagí² cií² che Nasrudin chiedeva. Uscendo, il saggio commentí² con il ministro:

– Tu potrai conoscere bene il valore di un turbante, ma sono io che conosco fin dove la vanití  possa condurre un uomo.


Tale e quale al matrimonio

Nadí¬a passí² tutto l’autunno seminando e preparando il suo giardino. In primavera, i fiori sbocciarono – e Nadí¬a notí² alcune piantine di dente di leone che non aveva piantato.

Nadí¬a le strappí². Ma il polline ormai si era sparso, e cosí¬ ne crebbero altre. Lui allora cercí² un veleno che colpisse soltanto i denti di leone. Uno specialista gli disse che qualsiasi veleno avrebbe finito per uccidere anche gli altri fiori. Disperato, chiese aiuto a un giardiniere.

– íˆ tale e quale al matrimonio – commentí² il giardiniere. – Insieme alle cose buone, alla fine vengono sempre anche alcuni inconvenienti.

– Che faccio?

– Niente. Anche se sono dei fiori che non hai programmato di avere, essi fanno parte del giardino.

Accettando la compassione

– Come purifichiamo il mondo?- domandí² un discepolo.

Ibn al-Husayn rispose:

– C’era a Damasco uno sceicco che si chiamava Abu Musa al-Qumasi. Tutti lo onoravano per via della sua sapienza, ma nessuno sapeva se fosse un uomo buono.

“Un pomeriggio, un difetto di costruzione fece crollare la casa dove lo sceicco viveva con sua moglie. I vicini, disperati, cominciarono a scavare tra le macerie. A un certo momento, riuscirono a localizzare la moglie dello sceicco”.

Disse la donna: “Lasciatemi. Salvate prima mio marito, che stava seduto pií¹ o meno lí¬”.

“I vicini rimossero le macerie nel luogo indicato e trovarono lo sceicco. Questi disse: “Lasciatemi. Salvate prima mia moglie, che stava sdraiata pií¹ o meno lí¬.”

“Quando qualcuno si comporta come si comportí² questa coppia sta purificando il mondo intero”

Edizione nº 167 : Sull’importanza del “no”

“Puí² darsi che Hitler abbia perduto la guerra sul campo di battaglia, ma alla fine ha ottenuto qualcosa”, dice M. Halter. “Perché l’uomo del XX secolo ha creato il campo di concentramento e risuscitato la tortura, e ha insegnato ai suoi simili che è possibile chiudere gli occhi davanti alle disgrazie degli altri”.

Forse ha ragione lui: ci sono bambini abbandonati, civili massacrati, innocenti nelle carceri, vecchi soli, ubriachi sui bordi delle strade, folli al potere.

Ma forse non ha affatto ragione: ci sono anche i guerrieri della luce, che non accettano mai cií² che è inaccettabile.

Le parole pií¹ importanti in tutte le lingue sono parole brevi. “Sí¬”, per esempio. Amore. Dio. Sono parole che si pronunciano con facilití  e riempiono gli spazi vuoti nel nostro mondo.

Esiste invece una parola – anch’essa molto breve – che abbiamo difficoltí  a pronunciare.

“No”.

E crediamo di essere generosi, comprensivi, educati. Perché il “no” ha fama di essere maledetto, egoista, poco spirituale.

Ma, attenzione. Ci sono momenti in cui, dicendo “sí¬” agli altri, stai dicendo “no” a te stesso.

Tutti i grandi uomini e donne del mondo sono persone che, pií¹ che dire “sí¬”, hanno detto un NO chiaro e tondo a tutto cií² che non si confaceva con un ideale di bontí  e di crescita.

I guerrieri della luce si riconoscono dallo sguardo. Essi si trovano nel mondo, fanno parte del mondo, e nel mondo sono stati inviati senza bisaccia e senza sandali. Spesse volte sono vigliacchi. Non sempre agiscono nel modo giusto.

I guerrieri della luce soffrono per delle stupidaggini, si preoccupano di cose meschine, si giudicano incapaci di crescere. I guerrieri della luce di tanto in tanto si credono indegni di qualsiasi benedizione o miracolo.

I guerrieri della luce frequentemente si domandano che cosa stiano facendo qui. Tante volte pensano che la loro vita non abbia un senso.

Per questo sono guerrieri della luce. Perché sbagliano. Perché si pongono domande. Perché continuano a ricercare un senso. Ma, soprattutto, perché hanno la capacití  di dire “no” quando si trovano davanti a cose che non possono accettare.

Tante volte possiamo essere definiti intolleranti, ma è importante aprirsi e lottare contro tutto e contro tutte le circostanze, se ci si trova davanti a un’ingiustizia o a una crudeltí . Nessuno puí² accettare che, alla fine, Hitler abbia stabilito un modello che puí² essere replicato perché le persone sono incapaci di protestare. E per rafforzare questa lotta, è bene non dimenticare le parole di John Bunyan, autore del classico “Pilgrim’s Progress”:

“Benchè sia passato per tutto cií² che ho passato, non mi pento dei problemi in cui mi sono trovato coinvolto – perché sono stati essi a condurmi dove desideravo arrivare. Ora, ormai prossimo alla morte, tutto cií² che possiedo è questa spada, e la consegno a tutti coloro che desiderano proseguire nella propria peregrinazione”.

“Porto con me i segni e le cicatrici dei combattimenti – essi sono le testimonianze di cií² che ho vissuto e le ricompense di cií² che ho conquistato. Sono questi segni e queste cicatrici amate che mi apriranno le porte del Paradiso”.

“Ci fu un’epoca in cui ho vissuto ascoltando storie di coraggio. Ci fu un’epoca in cui ho vissuto perché avevo bisogno di vivere. Ma ora vivo perché sono un guerriero, e perché voglio, un giorno, trovarmi in compagnia di Colui per il quale ho tanto lottato”.

Insomma, le cicatrici sono necessarie quando lottiamo contro il Male Assoluto, o quando abbiamo bisogno di dire “no” a tutti coloro che, a volte con la migliore delle intenzioni, cercano di ostacolare il nostro cammino in direzione dei sogni.

tags technorati :

Edizione nº 166 : Il punto di accomodamento

In uno dei miei libri (Lo Zahir), cerco di capire per quale ragione le persone abbiano tanta paura di cambiare. Mentre mi trovavo nel bel mezzo della stesura del testo, mi è capitata fra le mani una strana intervista, di una donna che aveva appena lanciato un libro su – immaginate che cosa? – l’amore.

Il giornalista le domanda se l’unica maniera in cui l’essere umano possa raggiungere la felicití  è incontrare la persona amata. La donna risponde di no:

“L’amore cambia, e nessuno lo capisce. L’idea che l’amore conduca alla felicití  è un’invenzione moderna, della fine del XVII secolo. Da allora in poi, la gente impara a credere che l’amore debba durare per sempre e che il matrimonio sia il luogo migliore per esercitarlo. Nel passato, non c’era tanto ottimismo circa la longevití  della passione”.

“Quella di Romeo e Giulietta non è una storia felice, è una tragedia. Negli ultimi decenni, l’aspettativa riguardo al matrimonio come il cammino per la realizzazione personale è cresciuta molto. E insieme sono cresciute la delusione e l’insoddisfazione.”

Secondo le pratiche magiche degli stregoni nel nord del Messico, c’è sempre un evento nelle nostre vite che è responsabile del fatto che abbiamo cessato di progredire. Un trauma, una sconfitta particolarmente amara, una delusione d’amore, perfino una vittoria che non capiamo bene, finisce per fare sí¬ che diventiamo vigliacchi e non andiamo avanti. Lo stregone, nel processo di crescita della sua connessione con i poteri occulti, ha bisogno prima di tutto di liberarsi di questo “punto di accomodamento”, e percií² deve rivedere la propria vita e scoprire dove esso si trovi.

Quando ero piccolo, litigavo sempre, e sempre picchiavo gli altri, perché ero il pií¹ anziano della comitiva. Un giorno presi una scarica di botte da mio cugino, mi convinsi che da allora in poi non sarei mai pií¹ riuscito a prevalere in nessun litigio e cominciai ad evitare qualsiasi scontro fisico, anche se tante volte passai per vigliacco, lasciandomi umiliare davanti alle mie ragazze e agli amici. Finchè un giorno, a 22 anni, finii per trovarmi coinvolto involontariamente in una lite in un locale di Rio de Janeiro. Anche qui le presi, ma il “punto di accomodamento” sparí¬. Oggi non litigo pií¹, perché è una maniera pessima di esprimermi, e non per vigliaccheria.

Ho tentato per due anni di imparare a suonare la chitarra: all’inizio ho fatto molti progressi, finchè è arrivato un punto in cui non sono riuscito pií¹ ad andare avanti – perché ho scoperto che altri apprendevano pií¹ rapidamente di me, mi sono sentito mediocre, e giacchè non intendevo vergognarmi, ho deciso che la cosa non mi interessava pií¹. Lo stesso è accaduto con il biliardo, il calcio, il ciclismo: imparavo quanto bastava per fare tutto discretamente, ma arrivava un momento in cui non riuscivo pií¹ ad andare avanti.

Perché?

Perché, dice la storia che ci è stata raccontata, in un determinato momento della nostra vita “arriviamo al nostro limite”. Non dobbiamo pií¹ cambiare. Non riusciamo pií¹ a crescere. Tanto la professione come l’amore hanno toccato il loro punto ideale, e allora è meglio lasciare tutto come sta. Sarí  vero? La verití  è questa: possiamo sempre andare pií¹ avanti. Amare di pií¹, vivere di pií¹, rischiare di pií¹.

L’immobilití  non è mai stata la soluzione migliore. Perché tutto intorno a noi cambia (compreso l’amore) e noi abbiamo bisogno di accompagnare questo ritmo.

Io sono sposato da 28 anni con la stessa persona, ma ho cambiato “moglie” (e lei ha cambiato “marito”) varie volte durante il nostro rapporto. Se avessimo voluto continuare a essere quelli che eravamo nel 1979, non credo che saremmo arrivati cosí¬ lontano.

tags technorati :

Edizione nº 165 : Imparando dai fiori

Perché continuare a lottare

Il lettore Gerson Luiz racconta la storia di una rosa che desiderava la compagnia delle api, ma nessuna le si avvicinava.

Il fiore, comunque, era ancora capace di sognare. Sentendosi solo, immaginava un giardino coperto di api che venivano a baciarlo. E riusciva a resistere fino al giorno successivo, quando tornava ad aprire i suoi petali.

– Non sei stanca? – deve averle domandato qualcuno.

– No. Ho bisogno di continuare a lottare – risponde il fiore.

– Perché?

– Perché, se non mi apro, appassisco.

Imparare a vedere

Budda raduní² i suoi discepoli e mostrí² loro un fiore di loto.

– Voglio che mi diciate qualcosa su questo che ho fra le mani.

Il primo pronuncií² un vero e proprio trattato sull’importanza dei fiori. Il secondo compose una bella poesia sui suoi petali. Il terzo inventí² una parabola usando il fiore come esempio.

Arriví² il turno di Mahakashyap. Questi si avviciní² a Budda, annusí² il fiore e accarezzí² il suo viso con uno dei petali.

– E’ un fiore di loto – disse Mahakashyap. – Semplice, come tutto cií² che viene da Dio. E bello, come tutto cií² che viene da Dio.

– Tu sei l’unico che ha visto cií² che tenevo fra le mani – fu il commento di Budda.

In cerca di un saggio

Per giorni la coppia camminí² quasi senza parlare. Finalmente arrivarono in una foresta e incontrarono il saggio.

– La mia compagna quasi non mi ha parlato durante il viaggio – disse il giovane.

– Un amore in cui non vi è silenzio è un amore senza profondití  – rispose il saggio.

– Ma lei non mi ha detto neppure che mi amava!

– Ci sono persone che vivono continuando a dirlo. E noi finiamo per diffidare della verití  delle loro parole.

I tre si sedettero sopra una pietra. Il saggio indicí² il campo di fiori lí¬ intorno.

– La natura non continua a ripetere tutto il tempo che Dio ci ama. Ma attraverso i suoi fiori noi lo comprendiamo.

Nel negozio di fiori

La donna camminava in un centro commerciale quando notí² il manifesto: un nuovo negozio di fiori. Entrando, ebbe un sussulto: non vide alcun vaso, alcun addobbo, ma era Dio, in persona, che serviva al bancone.

– Puoi chiedere cií² che vuoi – disse Dio.

– Voglio essere felice. Voglio pace, denaro, capacití  di essere compresa. Voglio andare in cielo quando morirí². E voglio che tutto questo sia concesso anche ai miei amici.

Dio aprí¬ alcuni orci che si trovavano sullo scaffale dietro di sé, ne tirí² fuori alcuni semi e li porse alla donna.

– Ecco i semi – disse. – Comincia a piantarli, perché qui noi non vendiamo i frutti.

tags technorati :

Edizione nº 164 : Il monumento mutante

Ho gií  visitato molti monumenti di questo mondo, che hanno cercato di rendere immortali le cittí  che li mettono in luoghi di rilievo. Uomini imponenti, i cui nomi sono ormai dimenticati, ma che sono ancora lí¬ in groppa ai loro splendidi cavalli. Donne che innalzano al cielo corone o spade, simboleggiando vittorie che ormai non risultano pií¹ neanche nei libri scolastici. Bambini solitari e senza nome, scolpiti nella pietra, dall’innocenza ormai per sempre perduta nelle ore e nei giorni in cui furono costretti a posare per qualche scultore, anch’egli dimenticato dalla storia.

E alla fin fine, a parte pochissime eccezioni (Rio de Janeiro è una di queste con il suo Cristo Redentore) non sono le statue che caratterizzano la cittí , ma le cose pií¹ inaspettate. Quando Eiffel costruí¬ una torre d’acciao per una esposizione non poteva immaginare che sarebbe finita per diventare il simbolo di Parigi, malgrado il Louvre, l’Arco di Trionfo e gli imponenti giardini. Una mela rappresenta New York. Un ponte non molto frequentato è il simbolo di San Francisco. Un ponte sul Tago c’è anche nelle cartoline di Lisbona. Barcellona, una cittí  piena di cose ben riuscite, ha una cattedrale mai terminata (La Sagrada Famí­lia) come suo monumento pií¹ emblematico. A Mosca, una piazza circondata da edifici e con un nome che non rappresenta pií¹ il presente (Piazza Rossa, in ricordo del comunismo) è il grande punto di riferimento. E cosí¬ via.

Forse pensando a questo, una cittí  decise di creare un monumento che non fosse mai lo stesso, che potesse sparire ogni sera e riappare l’indomani, che in ogni minuto del giorno si trasformasse, a seconda della forza del vento o dei raggi del sole. Narra la leggenda che fu un bambino ad avere l’idea, proprio nel momento di… fare pipí¬. Quando ebbe finito, raccontí² a suo padre che il luogo in cui abitavano sarebbe stato protetto dagli invasori se avesse potuto avere una scultura in grado di scomparire prima che questi si avvicinassero. Il padre andí² a parlarne con i consiglieri del villaggio che, malgrado avessero adottato il protestantismo come religione ufficiale e considerassero come superstizione tutto cií² che sfuggisse alla logica, pur tuttavia decisero di seguire il consiglio.

Un’altra storia racconta che, poiché un fiume si incontrava con un lago e provocava una corrente molto forte, proprio lí¬ fu costruita una centrale idroelettrica. Ma quando i lavoratori tornavano a casa e chiudevano le valvole, la pressione era molto forte e le turbine finivano per scoppiare. Finchè un ingegnere ebbe l’idea di metterci una fontana, da cui l’acqua in eccesso potesse defluire.

Con il tempo, l’ingegneria risolse il problema e la fontana divenne superflua. Ma, forse ricordando la famosa leggenda del bambino, gli abitanti decisero di mantenerla. La cittí  possedeva gií  molte fontane, e questa si sarebbe trovata in mezzo a un lago: cosa fare per renderla visibile?

E fu cosí¬ che nacque il monumento mutante. Furono montante delle potenti pompe, e oggi il monumento è un fortissimo getto d’acqua, che spruzza 500 litri al secondo in verticale, a 200 km all’ora. Dicono, e io l’ho verificato, che puí² essere visto addirittura da un aereo che vola a 10.000 metri. Non ha un nome particolare: si chiama proprio “Getto d’Acqua”, simbolo della cittí  di Ginevra (dove non mancano sculture di uomini a cavallo, donne eroiche e bambini solitari).

Una volta ho domandato a Denise, una scienziata svizzera, che cosa ne pensasse del Getto d’Acqua.

– Il nostro corpo è fatto nella sua quasi totalití  di acqua, dove passano scariche elettriche che comunicano informazioni. Una di queste informazioni viene chiamata Amore, e puí² interferire in tutto l’organismo. L’amore cambia continuamente. Penso che il simbolo di Ginevra sia il pií¹ bel momumento all’amore concepito dall’arte dell’uomo.

Non so se il ragazzino della leggenda avesse pensato a questo, ma trovo che Denise abbia perfettamente ragione.

tags technorati :

Edizione nº 163 : Il guerriero della luce e il nuovo anno

Sapendo aspettare

Il guerriero della luce ha bisogno di tempo per se stesso. E usa questo tempo per il riposo, la contemplazione, il contatto con l’Anima del Mondo. Sia pure nel mezzo di un combattimento, egli riesce a meditare.

In alcune occasione, il guerriero si siede, si rilassa e lascia che tutto cií² che sta accadendo intorno a lui continui ad accadere. Guarda tutto cií² che lo circonda come se fosse uno spettatore, non tenta di crescere né di sminuirsi – si limita ad abbandonarsi senza resistenza al movimento della vita.

A poco a poco, tutto cií² che sembrava complicato comincia a diventare semplice. E il guerriero ne gioisce.

Scoprendo l’obiettivo

Quando si vuole una cosa, l’intero Universo cospira a favore. Questo, il guerriero della luce lo sa.

Pe tale ragione, sta molto attento con i pensieri. Nascosti sotto una serie di buone intenzioni vi sono desideri che nessuno osa confessare a se stesso: la vendetta, l’autodistruzione, la colpa, la paura della vittoria, la gioia macabra di fronte alla tragedia degli altri.

L’Universo non giudica: cospira a favore di cií² che desideriamo. Per questo, il guerriero ha il coraggio di guardare verso le ombre della propria anima e cerca di illuminarle con la luce del perdono.

Il guerriero della luce è signore dei propri pensieri.

Comprendendo la routine

Vi sono momenti in cui il cammino del guerriero attraversa dei periodi di routine. Egli, allora, applica un insegnamento di Nachman di Bratislava:

“Se non riesci a concentrarti, o sei annoiato per la tua giornata, devi soltanto ripetere una semplice parola, perché questo fa bene all’anima. Non devi dire altro, ma solo ripetere questa parola senza sosta, innumerevoli volte. Ed essa finirí  per perdere il suo significato, e poi acquisterí  un significato nuovo. Dio aprirí  le porte e tu finirai per usare questa semplice parola per dire tutto cií² che desideravi”.

Quando è forzato a svolgere lo stesso compito varie volte, il guerriero utilizza questa tattica e trasforma il suo lavoro in preghiera.

Celebrando l’anno che si conclude

Il guerriero ha vissuto tutti i giorni dell’anno che è passato e, anche se ha perduto delle grandi battaglie, è sopravvissuto ed è ancora qui. Questa è una vittoria. Una vittoria che è costata momenti difficili, notti di dubbio, interminabili giorni di attesa. Sin dai tempi antichi, celebrare un trionfo fa parte del rituale stesso della vita.

La commemorazione è un rito di passaggio.

I compagni notano la gioia del guerriero della luce e pensano: “perché fa questo? Potrebbe deludersi nel suo prossimo combattimento. Potrebbe attirare la furia del nemico”.

Ma il guerriero conosce il motivo del proprio gesto. Egli trae beneficio dal miglior regalo che la vittoria è in grado di dare: la fiducia.

Il guerriero celebra l’anno che è passato per avere pií¹ forze nelle battaglie del domani.

tags technorati :

Edizione nº 162 : Il giullare della Madonna

Racconta una leggenda medievale che, nel paese che oggi conosciamo come Austria, la famiglia Burkhard – composta da un uomo, una donna e un bambino – era solita animare le fiere di Natale recitando poesie, cantando ballate di antichi trovatori e facendo giochi di prestigio per divertire le persone. Ovviamente, non avanzava mai il denaro per acquistare dei regali, ma l’uomo soleva ripetere a suo figlio:

– Lo sai perché il sacco di Babbo Natale non si svuota mai, anche se ci sono tanti bambini su questo mondo? Perché, malgrado sia pieno di giocattoli, a volte ci sono cose pií¹ importanti da consegnare, i cosiddetti “regali invisibili”. In una famiglia divisa, egli cerca di portare l’armonia e la pace nella notte pií¹ santa della cristianití . Dove manca l’amore, deposita un seme di fede nel cuore dei bambini. Dove il futuro sembra nero e incerto, porta speranza. Nel nostro caso, quando Babbo Natale viene a farci visita, l’indomani siamo tutti contenti di essere ancora vivi e in grado di fare il nostro lavoro, che è quello di rallegrare le persone. Questo, non dimenticarlo mai.

Il tempo passí², il bambino si trasformí² in un ragazzo e, un giorno, la famiglia si troví² a passare davanti all’imponente abbazia di Melk, che era stata appena costruita.

– Padre mio, vi ricordate che tanti anni fa mi avete raccontato la storia di Babbo Natale e dei suoi regali invisibili? Io penso di avere ricevuto una volta uno di questi regali: la vocazione a diventare prete. Vi dispiacerebbe se adesso facessi il primo passo verso cií² che ho sempre sognato?

Sebbene avesse molto bisogno della presenza del figlio, la famiglia comprese e rispettí² il suo desiderio. Cosí¬ bussarono alla porta del convento, dove furono accolti con generosití  e amore dai monaci, che accettarono il giovane Buckhard come novizio.

Arriví² la vigilia di Natale. E proprio quel giorno accadde a Melk un miracolo speciale: la Madonna, portando fra le sue braccia il Bambino Gesí¹, decise di scendere sulla terra per visitare il monastero.

Orgogliosi, tutti i religiosi formarono una lunga fila, e ciascuno si fermava davanti alla Vergine, cercando di rendere omaggio alla Madre e al Figlio. Uno di loro mostrí² i bellissimi dipinti che decoravano il locale, un altro mostrí² un esemplare di una Bibbia che aveva richiesto cento anni per essere manoscritta e illustrata, un terzo recití² i nomi di tutti i santi.

All’ultimo posto della fila il giovane Buckhard attendeva ansioso. I suoi genitori erano persone semplici, e tutto cií² che gli avevano insegnato era lanciare in aria alcune palle e fare dei giochi di prestigio.

Quando arriví² il suo turno, gli altri religiosi avrebbero voluto concludere gli omaggi, perché l’antico prestigiatore non aveva nulla di importante da dire e avrebbe potuto pregiudicare l’immagine del convento. Eppure, in fondo al suo cuore, anch’egli sentiva un’immensa necessití  di offrire qualcosa di sé a Gesí¹ e alla Vergine.

Pieno di vergogna, sentendo su di sé lo sguardo di riprovazione dei fratelli, egli trasse dalla tasca alcune arance e comincií² a lanciarle verso l’alto e a riprenderle con le mani, creando dei bei circoli nell’aria, proprio come soleva fare quando lui e la sua famiglia giravano per le fiere della regione.

Fu solo in quell’istante che il Bambino Gesí¹ comincií² a battere le mani per la gioia in braccio alla Madonna. E fu verso di lui che la Vergine tese le braccia, lasciando che tenesse un po’ il bambino, che continuava a sorridere.

La leggenda si conclude dicendo che, per via di questo miracolo, ogni duecento anni un nuovo Buckhard bussa alla porta di Melk e viene accolto: e fintanto che egli si trova lí¬, i “regali invisibili” sono in grado di trasformare il cuore di tutti coloro che lo conoscono.

tags technorati :

Edizione nº 161 : Convenzione dei feriti d’amore

Disposizioni generali

A – Considerando che è assolutamente corretto il detto: “tutto vale in amore e in guerra”;

B – Considerando che in guerra abbiamo la Convenzione di Ginevra, adottata il 22 agosto 1864, che definisce come debbano essere trattati i feriti sul campo di battaglia, mentre nessuna convenzione è stata promulgata fino a oggi per quanto riguarda i feriti d’amore, che sono in numero assai maggiore;

Si decreta che:

Art. 1 – Tutti gli amanti, di ogni sesso, sono avvisati che l’amore, oltre a essere una benedizione, è anche qualcosa di estremamente pericoloso, imprevedibile, capace di arrecare danni seri. Di conseguenza, chi si propone di amare deve sapere che espone il proprio corpo e la propria anima a vari tipi di ferite, e non potrí  incolpare il proprio partner in alcun momento, giacché il rischio è lo stesso per entrambi.

Art. 2 – Una volta colpito da una freccia vagante dell’arco di Cupido, deve in seguito chiedere all’arciere di scagliare la stessa freccia nella direzione contraria, in modo da non sottoporsi alla ferita conosciuta come “amore non corrisposto”. Qualora Cupido rifiuti tale gesto, la Convenzione che ora si promulga impone al ferito di togliere immediatamente la freccia dal proprio cuore e gettarla nella spazzatura. Per riuscirci, egli deve evitare telefonate, messaggi tramite internet, invio di fiori che finirebbero per essere restituiti, od ogni e qualsiasi mezzo di seduzione, giacché questi ultimi possono dare risultati a breve termine, ma finiscono sempre per non funzionare con il passare del tempo. La Convenzione decreta che il ferito debba immediatamente cercare la compagnia di altre persone, tentando di controllare il pensiero ossessivo “vale la pena lottare per questa persona”.

Art. 3 – Qualora il ferimento provenga da terzi, ossia, quando l’essere amato ha provato interesse per qualcuno che non si trovava nella rotta previamente stabilita, è espressamente proibita la vendetta. In questo caso, è permesso l’uso di lacrime fino a che gli occhi si seccano, alcuni pugni contro il muro o il guanciale, conversazioni con amici in cui si puí² insultare l’antico(a) compagno(a), addurre la sua totale mancanza di gusto, ma senza diffamare il suo onore.  La Convenzione determina che venga altresí­ applicata la regola dell’Art. 2: cercare la compagnia di altre persone, preferibilmente in luoghi diversi da quelli frequentati dall’altra parte.

Art. 4 – In caso di ferite leggere, qui classificate come piccoli tradimenti, passioni fulminanti che non durano a lungo, disinteresse sessuale passeggero, si deve applicare con generosití  e rapidití  il medicamento chiamato Perdono.  Una volta applicato tale medicamento, non si deve tornare indietro neanche una volta, e il tema deve essere completamente dimenticato, non essendo mai piú utilizzato come argomento in un litigio o in un momento di odio.

Art. 5 – In tutti i ferimenti definitivi, detti anche “rotture”, l’unico medicamento in grado di fare effetto si chiama Tempo. Non serve cercare consolazione con cartomanti (che dicono sempre che l’amore perduto ritornerí ), libri romantici (sempre con un lieto fine), novelle in TV o cose de genere. Si deve soffrire intensamente, evitando assolutamente droghe, calmanti, preghiere ai santi. L’alcool è tollerato per un massimo di due bicchieri di vino al giorno. 

Determinazione finale : i feriti d’amore, al contrario dei feriti nei conflitti armati, non sono vittime né aguzzini.  Hanno scelto qualcosa che fa parte della vita, e pertanto devono affrontare l’angoscia e l’estasi della propria scelta. 

E coloro che non sono mai stati feriti dall’amore non potranno mai dire: “ho vissuto”. Perché non hanno vissuto.

tags technorati :

Edizione nº 160 : Sulla sponda del fiume Adour

“Quando mi tolgo gli occhiali, posso ancora vedere il cammino. Non riesco a vedere i dettagli, ma posso vedere il cammino”. Cosí¬ dice mia moglie, che ha + 6,5 gradi di miopia, mentre camminiamo in un campo di granturco, in queste vacanze europee.

Io dico che lo stesso capita a me: anche se non sono miope, a volte non riesco a vedere i dettagli, ma cerco sempre di tenere gli occhi fissi sulle mie scelte.

Alla fine arriviamo ad un fiume in mezzo al niente, nei pressi del villaggetto di Arcizac-Adour. E, all’improvviso, mi ricordo di una promessa che ho fatto, ma che non ho ancora mantenuto. Presso questo fiume ce ne stavamo seduti entrambi, tre anni orsono, quando vedemmo una bella donna, con un paio di stivaloni di gomma fino alle ginocchia, che camminava nel suo greto con un sacco in spalla. Vedendoci, la donna si avviciní²:

– Conosco Jacqueline (un’amica). Le ho chiesto di presentarci, ma lei mi ha risposto: lo incontrerai quando meno te lo aspetti. Il mio nome è Isabelle Labaune.

Spiegí² che stava ripulendo il fiume da eventuali detriti (bottiglie di plastica e lattine di birra, che venivano trasportate dalla corrente), ma che la sua vera passione erano i cavalli. Quel pomeriggio andammo a visitare la sua scuderia.

Isabelle aveva una dozzina di animali, e faceva tutto assolutamente da sola – dar loro da mangiare, tenere il posto pulito, riordinare le stalle, riparare i tetti, insomma, tutto quello che avrebbe fatto ammattire chiunque dal tanto lavoro.

– Ho creato un’associazione per persone con problemi mentali dalla nascita. Ho l’assoluta certezza che l’equitazione le faccia sentire amate, integrate nella societí .

Ogni volta che andavo a passare le vacanze nella regione, mi incontravo con Isabelle. Arrivavano alcuni minibus con giovani affetti dalla sindrome di Down, che montavano cavalli magnifici e passeggiavano per fiumi, foreste e parchi. Non c’è mai stato un solo incidente. Ai genitori spuntavano le lacrime agli occhi, e ad Isabelle un sorriso sulle labbra. Era immensamente orgogliosa di quello che faceva: si svegliava alle cinque del mattino, lavorava tutto il giorno e andava a dormire presto, esausta.

Era una donna giovane e attraente. Ma non aveva un fidanzato:

– Tutti gli uomini che entrano nella mia vita vogliono che faccia la casalinga. Ma io ho un sogno. Soffro per il fatto di stare da sola, ma soffrirei di piú se abbandonassi il senso della mia vita.

La situazione cambií² proprio all’inizio del 2006. Un pomeriggio, quando andai a trovarla, mi disse che si era innamorata. E che il suo fidanzato accettava il suo ritmo di vita ed era disposto ad aiutarla per quel che fosse necessario.

Alcuni giorni dopo partii per il Brasile. Ad ottobre, penso, ricevetti un messaggio suo nella segreteria telefonica del mio cellulare: voleva vedermi – ma io ero lontano e non vi prestai molta importanza, perché nelle cittadine dell’interno non c’è nulla che sia veramente urgente.

Quando tornai nei Pirenei, ormai a dicembre, andai a pranzo con Jacqueline. Fu allora che seppi che Isabelle era morta per un cancro fulminante.

Quella sera, accesi un falí² nel mio giardino. Rimasi lí­ da solo, a guardare le fiamme, pensando a una donna che aveva fatto solo del bene nella sua vita e che Dio aveva portato via tanto presto. Non piansi, ma sentii un profondo amore nell’aria, come se lei fosse lí­ presente in tutto cií² che mi circondava. L’indomani ricevetti la telefonata del fidanzato, che mi chiese di scrivere qualche cosa su di lei: se n’era andata, e nessuno avrebbe mai conosciuto il suo lavoro.

Gli promisi che lo avrei fatto. Ma solo oggi, mentre passavamo davanti allo stesso fiume e ci siamo seduti nello stesso luogo, mi sono ricordato che avevo assunto l’impegno. E ora lo sto rispettando. Delle tante persone che ho conosciuto nella mia vita, una delle piú vicine alla santití  è Isabelle Labaune.

tags technorati :

Edizione nº 159 : Il giorno in cui ho compiuto 60 anni

Recentemente, in una intervista, ho detto che compiere 60 anni è come compierne 35 o 47: torta di compleanno, spegnere le candeline, ecc. Ma non è proprio cosí­, e vorrei condividere con i miei lettori come ho deciso di celebrare questa data.

Normalmente festeggio il mio compleanno il giorno 19 marzo, festa del mio santo patrono, San Giuseppe. Quest’anno, a febbraio, mentre leggevo il mio blog, vedendo l’anima dei miei lettori, ho avuto un impulso: perché non invitare alla festa 10 persone? Ho messo il messaggio, e ho detto che i primi che avessero scritto sarebbero stati i benvenuti. Si da il caso che l’indomani, i primi dieci messaggi provenivano dai luoghi piú svariati del pianeta: Brasile, Giappone, Inghilterra, Venezuela, Qatar, ecc. La festa sarebbe stata a Puente La Reina, sul Cammino di Santiago – ossia, lontano da aeroporti o mezzi di trasporto normali. D’altro canto, non avevo la certezza che i lettori avessero capito bene il messaggio: io li invitavo alla festa, ma non pagavo le spese di viaggio.

Ho mandato percií² un messaggio elettronico spiegandolo. Tutti e dieci hanno risposto che avevano capito benissimo. Ho sentito allora una responsabilití  enorme, ma ho mantenuto la parola data, e credo che tutti si siano divertiti e abbiano passato una serata speciale (io, almeno, l’ho passata!). Fino ad oggi sono in comunicazione fra di loro.

Il tempo è passato, ed è arrivata la vigilia del giorno in cui sono nato. Il mio programma era fare quello che faccio sempre, e cosí­ è stato. Il giorno 23 agosto, alle ore 23.15 sono andato a Lourdes, in modo da passare la mezzanotte e cinque minuti del giorno 24, orario in cui sono nato, davanti alla grotta della Madonna, ringraziarla per la mia vita fino ad allora e chiedere protezione per il futuro. íˆ stato un momento molto intenso, ma mentre guidavo di ritorno a St.Martin (dove possiedo un piccolo mulino in cui trascorro l’estate) mi sono sentito estremamente solo. Ne ho parlato con mia moglie. “Ma sei tu che lo hai scelto!” ha risposto lei. Sí­, lo avevo scelto io, ma cominciavo a sentirmi disturbato. Noi due eravamo soli su questo immenso pianeta.

Ho acceso il mio cellulare. Nello stesso istante il telefono ha squillato – era Monica, mia agente ed amica. Sono arrivato a casa e lí­ mi aspettavano altri messaggi. Sono andato a dormire contento, e l’indomani ho realizzato che non avevo alcun motivo per sentire quell’oppressione della vigilia. Sono cominciati ad arrivare fiori, regali, ecc. Persone nella comunití  di internet avevano fatto delle cose straordinarie usando immagini e testi miei. Tutto era stato organizzato, nella maggior parte dei casi, da gente che non avevo mai visto in vita mia – ad eccezione di Márcia Nascimento, che ha fatto un lavoro magico e che mi dí  la gioia di dire: sono uno scrittore che ha un fan-club (del quale lei è la presidente mondiale)!

E in quel momento, ho capito due cose molto importanti. A] per quanto famoso tu sia, avrai sempre la sensazione di essere solo. B] per quanto sconosciuto tu sia, sarai sempre circondato da amici, sia pur non avendo mai visto le loro facce. Anche quando non ero conosciuto, ho sempre avuto una mano tesa nel momento in cui ne ho avuto bisogno.

Lascio dunque a Kahlil Gibran descrivere, con la sua maestria unica, questo sentimento (ho adattato il testo per via della dimensione della colonna):

“Il tuo amico è il campo dove tu semini con amore e raccogli con gratitudine. íˆ il tuo focolare, e la “Quando egli si manterrí  silenzioso, sappi che anche cosí­ i due cuori continuano a conversare”. tua tavola”.

“Quando dovrai separarti da lui, non soffrire. Perché vedrai meglio l’importanza dell’amicizia a causa di questa assenza, proprio come un alpinista vede meglio il paesaggio circostante lontano dalla pianura.

“Che quanto avrai di meglio, tu possa condividerlo con il tuo amico”.

“Permettigli di conoscere e partecipare non solo ai tuoi momenti di gioia, ma anche ai momenti di tristezza”.

“E sappi che un amico non sta al tuo fianco per aiutarti a passare il tempo, bensí­ per aiutarti a viverlo in tutta la sua pienezza”.

tags technorati :

Edizione nº 158 : Tutto si muove

Tutto si muove. E tutto si muove con un ritmo. E tutto cií² che si muove con un ritmo provoca un suono: questo sta accadendo qui e in qualsiasi altro luogo del mondo in questo momento. I nostri antenati notarono la stessa cosa, quando cercavano di vincere il freddo nelle caverne: le cose si muovevano e facevano rumore.

Puí² darsi che i primi esseri umani avessero considerato questo fenomeno con sgomento, e poi con devozione: lo intesero come il modo in cui un’Entití  Superiore comunicava con loro. Cominciarono a imitare i rumori e i movimenti intorno a loro, nella speranza di mettersi anch’essi in comunicazione con questa Entití : nascevano cosí¬ la danza e la musica.

Quando danziamo, noi siamo liberi.

O meglio, il nostro spirito puí² viaggiare nell’universo mentre il corpo segue un ritmo che non rientra nella routine. Cosí¬, possiamo sorridere delle nostre grandi o piccole sofferenze e ci abbandoniamo a un’esperienza nuova senza paura. Mentre la preghiera e la meditazione ci conducono al sacro attraverso il silenzio e l’approfondimento interiore, nella danza celebriamo insieme agli altri una sorta di trance collettiva.

Si puí² scrivere cií² che si vuole sulla danza, ma non vale a nulla: è necessario danzare per sapere di cosa si sta parlando. Danzare fino all’esaurimento, come se fossimo degli alpinisti che scalano una montagna sacra. Danzare finché, a causa del respiro ansante, il nostro organismo possa ricevere ossigeno in un modo cui non è abituato, il che finisce per farci perdere la nostra identití , il nostro rapporto con lo spazio e il tempo.

Certo, possiamo anche danzare da soli, se questo ci aiuta a vincere la timidezza. Ma, ogni qualvolta sia possibile, è meglio danzare in gruppo, perché l’uno stimola l’altro, e si finisce per creare uno spazio magico, in cui tutti sono collegati nella stessa energia.

Non è necessario apprendere la danza nelle scuole, basta lasciare che sia il corpo a insegnare – perché danziamo fin dalla notte dei tempi, e non lo abbiamo dimenticato. Quando ero adolescente, provavo invidia per i grandi “ballerini” della mia comitiva e, durante le feste, fingevo di avere altro da fare – come star lí¬ a chiacchierare, per esempio. Ma, in realtí , avevo terrore del ridicolo. Finché un giorno una ragazza, di nome Márcia, mi disse davanti a tutti:

– Vieni.

Io le risposi che non mi piaceva, ma lei insistette. Tutto il gruppo mi stava guardando e io, che ero innamorato di lei (l’amore è capace di tante cose!), non potei rifiutare oltre. Feci una figura ridicola, non sapevo seguire i passi, ma Márcia non si fermí², continuí² a danzare, come se io fossi un Rudolf Nureyev.

– Dimentica gli altri e presta attenzione quaggií¹ – mi sussurrí² all’orecchio. – Cerca di seguire il tuo ritmo.

In quel momento, capii che non sempre è necessario apprendere le cose importanti: esse fanno gií  parte della nostra natura. Nella gioventí¹, la danza è un rito di passaggio fondamentale: sperimentiamo per la prima volta uno stato di grazia, un’estasi profonda, anche se per i meno accorti tutto non è altro che un gruppo di ragazzi e ragazze che si divertono a una festa.

Quando diventiamo adulti, e quando invecchiamo, abbiamo bisogno di continuare a danzare. Il ritmo cambia, ma la musica fa parte della vita e la danza è il risultato del fatto che ci lasciamo penetrare da questo ritmo.

Io continuo a danzare ogni volta che mi è possibile. Con la danza, il mondo spirituale e il mondo reale riescono a convivere senza conflitti. Come ha detto qualcuno di cui non ricordo il nome, i ballerini classici danzano sulla punta dei piedi perché, cosí¬, sfiorano la terra e nello stesso tempo raggiungono il cielo.

tags technorati :

Edizione nº 157 : Frammenti di un diario inesistente

Il sermone di un prete peruviano

Nel mio libro “L’Alchimista”, il giovane pastore Santiago incontra a un certo punto un vecchio in una piazza. Egli è in cerca di un tesoro, ma non sa come raggiungerlo. Il vecchio si mette a conversare:
– Quante pecore hai?
– A sufficienza – risponde Santiago.
– Allora siamo davanti a un problema. Non posso aiutarti finché riterrai di avere pecore a sufficienza.

Basandosi su questo brano, il prete peruviano Clemente Sobrado fa un’interessante riflessione, che trascrivo qui di seguito:

Uno dei maggiori problemi che tutti ci trasciniamo nella vita è il fatto che vogliamo credere di avere “pecore a sufficienza”. Ci circondiamo di certezze, e cosí¬ nessuno desidera che ci si presenti qualcun altro proponendo qualcosa di nuovo. Magari potessimo avere almeno il sospetto che non possediamo tutto, né che siamo tutto cií² che potremmo essere!
Puí² capitare che ci si trovi davanti a un problema gravissimo, e, pur avendo l’opportunití  di aiutarci l’un l’altro, la verití  è che poca gente si lascia aiutare.
Perché? Perché si crede di avere gií  “pecore a sufficienza”. Gií  si sa tutto, si ha sempre ragione, si sta comodi nelle proprie esistenze.
Quasi tutti noi siamo cosí¬: abbiamo molte cose e poche aspirazioni. Abbiamo molte idee gií  definite e non vogliamo rinunciarvi.  Il nostro schema di vita è gií  bene organizzato, e non abbiamo bisogno di nessuno che venga a provocare un cambiamento.
Preghiamo gií  a sufficienza, facciamo la carití , leggiamo le vite dei santi, andiamo a messa, facciamo la comunione. Un amico mio, una volta, mi disse:
– Non so perché la sto cercando, padre. Io sono gií  un buon cristiano.
Quel giorno, non riuscii a udire questo commento senza dare una risposta:
– Allora non venire a cercarmi, perché ho tanta gente che mi aspetta ed è piena di dubbi. Ma vuoi sapere una cosa? Tu non sei cattivo a sufficienza per essere cattivo, né buono a sufficienza per essere buono, né santo a sufficienza per fare dei miracoli.
“Sei solo un cristiano soddisfatto di cií² che ha raggiunto. E tutti quelli che sono soddisfatti, in realtí  hanno rinunciato a migliorare sempre. Ne parliamo un altro giorno, d’accordo?”
Da allora, quando ci sentiamo per telefono, egli comincia dicendo: “Qui parla una persona che ancora non è cresciuta quanto potrebbe”.

Signore, dacci sempre un cuore indoddisfatto.
Dacci un cuore in cui possano manifestarsi le domande che non vogliamo mai fare.
Togli dal nostro cuore il conformismo.
Che noi possiamo sentire il piacere di cií² che abbiamo, ma capire che questo non è tutto.
Che possiamo capire che siamo persone buone.
Ma, soprattutto, che possiamo domandarci sempre in che modo poter migliorare.
Perché, se ci poniamo questa domanda, è possibile che Tu venga e ci apra orizzonti che prima non riuscivamo a scorgere.

Hakone, Giappone

Ottengo che il mio editore, Masao Masuda, finalmente mi inviti alla tradizionale cerimonia del tè. Ci rechiamo su una montagna vicino ad Hakone, entriamo in una piccola stanza e sua sorella, indossando il rituale kimono, ci serve il tè.
Solo questo. Eppure,  tutto viene fatto con tanta serietí  e tanto protocollo che una pratica quotidiana si trasforma in un momento di comunione con l’Universo.
Il maestro di tè, Okakusa Kasuko, spiega cií² che avviene: “La cerimonia è l’adorazione del bello. Tutto il suo scopo è concentrato nel tentativo di raggiungere la Perfezione attraverso i gesti imperfetti della vita quotidiana. Tutta la sua bellezza consiste nel rispettare le cose semplici che facciamo, poiché esse possono portarci fino a Dio”.

Copacabana, Rio de Janeiro

Sto camminando sul marciapiede e sento una ragazza dire a un’altra, in tono convinto: “Io ho programmato la mia vita cosí¬…”
Mi sono ritrovato a pensare: ma starí  tenendo conto delle cose che si presentano proprio quando non ce le aspettiamo? Avrí  pensato che Dio, forse, ha un piano differente, e molto pií¹ interessante? Avrí  considerato seriamente l’ipotesi che – includendo altre persone nel suo programma – sta interferendo in idee e progetti distinti?
Non so se quella frase che ho udito fosse frutto dell’inesperienza o del delirio totale.

Melbourne, Australia

Mi avvio sul palco con l’apprensione di sempre. Uno scrittore locale mi presenta e comincia a pormi delle domande. Prima che io possa terminare un ragionamento, lui mi interrompe e mi fa una nuova domanda. Quando rispondo, dice qualcosa tipo “questa risposta non è molto chiara”.  Dopo cinque minuti, si nota un certo malessere nella platea. Mi viene in mente  Confucio, e faccio l’unica cosa possibile:
– A lei piace quello che scrivo? – domando.
– Questo non c’entra – risponde. – Sono io che la sto intervistando, e non il contrario.
– C’entra, eccome. Lei non mi lascia concludere un’idea. Confucio disse: “Ogni qualvolta sia possibile, sii chiaro”. Cerchiamo di seguire questo consiglio e mettiamo le cose in chiaro: a lei piace quello che scrivo?
– No, non mi piace. Ho letto solo due libri, e li ho detestati.
– Bene, ora possiamo continuare.
Adesso i campi erano definiti. La platea si rilassa, l’ambiente si carica di elettricití , l’intervista si trasforma in un vero e proprio dibattito, e tutti – compreso lo scrittore – sono soddisfatti del risultato.

Nell’aereo da Melbourne a Los Angeles

Ritaglio dalla rivista di bordo il pezzo attribuito a Loren Eisley:

“Il viaggio è difficile, lungo, a volte impossibile. Pur tuttavia, conosco poche persone che si sono trattenute a causa di queste difficoltí . Siamo entrati nel mondo senza sapere bene cií² che è accaduto in passato, quali sono le conseguenze che esso ci ha portato, e che cosa puí² riservarci il futuro.
“Cercheremo di spingerci il pií¹ lontano possibile. Ma, guardando il paesaggio che ci circonda, sappiamo che non sarí  possibile conoscere e apprendere tutto.
“Allora, non ci resta che ricordare tutto del nostro viaggio, cosí¬ da poter raccontare delle storie. Ai nostri figli e nipoti racconteremo le meraviglie che abbiamo visto e i pericoli che abbiamo corso. Anch’essi nasceranno e moriranno, narreranno le loro storie ai loro discendenti, e la carovana non sarí  ancora arrivata alla sua meta.”

tags technorati :

Edizione nº 156 : Il bastardo

Benché la parola sia un po’ forte, abbiamo tutti un bastardo nella vita (il dizionario Aurélio definisce il termine come “individuo senza carattere, senza dignití , senza brio”). íˆ colui che tenta di distinguersi maggiormente nel periodo in cui siamo adolescenti, quando lottiamo per affermare le nostre identití , i nostri sogni, il nostro posto nel mondo. Noi siamo pieni di dubbi su cosa fare e, all’improvviso, ecco lí¬ il bastardo: lui è sempre il leader, quello che crede di essere pií¹ bello, pií¹ intelligente, pií¹ capace di affrontare le sfide del futuro.

Per mantenere la propria posizione, attacca la nostra autostima: vuole farci credere che siamo brutti, tutt’altro che divertenti, senza futuro, e che dovremmo specchiarci in lui e nella sua maniera di capeggiare la comitiva (della strada, o del palazzo, o del condominio). Nel caso dei ragazzi, normalmente s’impone per la sua forza bruta o per i suoi atteggiamenti “furbi”, come se lui ne sapesse pií¹ degli altri. Nel caso delle ragazze, è sempre quella che sembra attirare maggiormente gli sguardi di tutti gli uomini, che sembra essere invitata a tutte le feste ed essere sempre la pií¹ elegante.

Il bastardo (tanto al femminile come al maschile) ci guarda con una certa aria di superiorití  e cerca di dettare le regole del gruppo. Ovviamente, noi ci sentiamo intimiditi da quella sua condotta, non sappiamo che fare e finisce che ci lasciamo guidare per un certo tempo. Anche se non lo sappiamo, stiamo dando al bastardo quel potere che lui non ha e non merita, e questo sarí  l’unico momento della vita in cui riuscirí  a brillare la sua luce effimera. Ma tutto cií² fa parte del nostro apprendistato, giacché cosí¬ sviluppiamo le nostre difese nel futuro.

E cresciamo. Poco alla volta, ciascuno fa le proprie scelte, il gruppo dell’adolescenza si disgrega, il bastardo scompare, anche se noi serbiamo ancora la sua immagine di bellezza, sapienza, guida, eleganza, forza, superiorití .

Tutti noi, durante questo importante rito di passaggio che è l’adolescenza, siamo stati messi alla prova nei nostri valori fondamentali – tranne il bastardo. Mentre noi soffrivamo per l’incuranza, l’insicurezza, la fragilití , lui girava alla larga: in fin dei conti era il nostro (a) leader! Lui non ha dovuto affliggersi in quelle ore difficili che tutti abbiamo attraversato nelle notti in bianco e nei giorni di pioggia.

Un bel giorno, divenuti adulti, pensiamo di rivedere i nostri amici di gioventí¹. Organizziamo una riunione, generalmente in qualche ristorante – dove tutti si presentano con le mogli o i mariti. Niente di meglio che sedersi intorno a un buon piatto, con un buon vino, e ricordare un po’ gli anni in cui si è formato tutto quello che siamo oggi.

Compare il bastardo – in genere anche lui sposato (a). Tutti siamo interessati a cosa ne abbia fatto della sua vita, c’è ancora un certo fascino e una certa ammirazione per quell’atteggiamento cosí¬ pieno di autostima. Dov’è arrivato colui che invidiavamo e ammiravamo segretamente?

La prima sorpresa è che il bastardo non è arrivato da nessuna parte. O meglio, puí² avere fatto uno o due passi ben riusciti, ma subito dopo la vita è stata implacabile con la sua arroganza – il mondo degli adulti è piuttosto diverso da quello che viviamo da giovani.

Ma il bastardo ha ancora un ultimo rifugio: la sua comitiva dell’adolescenza. E siccome pensa che il mondo non sia andato avanti, desidera rivivere i suoi momenti di gloria. All’inizio della cena, ci sembra di essere tornati indietro, ma ben presto ci rendiamo conto che lui è stato solo uno strumento affinché potessimo crescere. Dopo qualche bicchiere, vediamo il bastardo che, messo alle strette, tenta di dimostrare una forza che ormai non ha pií¹, convinto che noi lo riteniamo ancora il nostro leader.

Noi sorridiamo, fraternizziamo con tutti, paghiamo il conto e ce ne andiamo con l’impressione che il bastardo abbia fatto la scelta sbagliata. Pensiamo: “Questa persona aveva tutto per riuscire, e non l’ha fatto”.

Abbiamo avuto tutti un bastardo nella vita. E meno male.

tags technorati :

Edizione nº 155 : Il Buon Combattimento

“Ho combattuto il buon combattimento e ho mantenuto la fede”, dice Paolo in una delle sue epistole. E sarebbe bene ricordare questo tema, quando un nuovo anno si prospetta davanti a noi.
L’uomo non puí² mai smettere di sognare. Il sogno è l’alimento dell’anima come il cibo è l’alimento del corpo. Tante volte, nella nostra esistenza, vediamo i nostri sogni infranti e i nostri desideri frustrati, ma bisogna continuare a sognare, altrimenti la nostra anima muore e Agape non vi penetra. Agape è l’amore universale, quell’amore che è pií¹ grande e pií¹ importante del semplice “piacere” a qualcuno. Nel suo famoso discorso sui sogni, Martin Luther King ricorda il fatto che Gesí¹ ci chiese di amare i nostri nemici, e non che essi ci piacessero. Questo amore pií¹ grande è quello che ci dí  l’impulso per continuare a lottare malgrado tutto, per mantenere la fede e la gioia, e combattere il Buon Combattimento.
Il Buon Combattimento è quello intrapreso perché lo chiede il nostro cuore. In epoche eroiche, quando gli apostoli giravano nel mondo predicando il vangelo, o al tempo dei cavalieri erranti, questo era pií¹ facile: c’erano molte terre da attraversare e tante cose da fare. Al giorno d’oggi, perí², il mondo è cambiato, e il Buon Combattimento è stato trasportato dai campi di battaglia all’interno di noi stessi.
Il Buon Combattimento è quello intrapreso in nome dei nostri sogni. Quando essi esplodono in noi con tutto il loro vigore – nella gioventí¹ – noi abbiamo molto coraggio, ma non abbiamo ancora appreso a lottare. Dopo tanti sforzi, finiamo per apprendere a lottare, ma a quel punto non abbiamo pií¹ lo stesso coraggio per combattere. Percií², ci rivolgiamo contro di noi e combattiamo noi stessi, finendo cosí¬ per essere il nostro peggior nemico.  Diciamo che i nostri sogni erano infantili, difficili da realizzare, o frutto della nostra ignoranza delle realtí  della vita. Uccidiamo i nostri sogni perché abbiamo paura di intraprendere il Buon Combattimento.
Il primo sintomo che stiamo uccidendo i nostri sogni è la mancanza di tempo.  Le persone pií¹ occupate che ho conosciuto in vita mia avevano sempre tempo per tutto. Quelle che non facevano nulla erano sempre stanche, non tenevano dietro a quel poco di lavoro che dovevano fare e si lamentavano continuamente che il giorno era troppo corto.  In realtí , esse avevano paura di intraprendere il Buon Combattimento.
Il secondo sintomo della morte dei nostri sogni sono le nostre certezze. Poiché non vogliamo guardare alla vita come ad una grande avventura da vivere, finiamo per giudicarci saggi, giusti e corretti in quel poco che chiediamo all’esistenza. Guardiamo al di lí  delle mura del nostro quotidiano e udiamo il rumore di lance che si spezzano, l’odore di sudore e polvere, i grandi crolli e gli sguardi assetati di conquista dei guerrieri.  Ma non avvertiamo mai la gioia, la Gioia immensa che c’è nel cuore di coloro che stanno lottando, giacché per questi ultimi non è importante la vittoria o la sconfitta, cií² che importa è solo intraprendere il Buon Combattimento.
Infine, il terzo sintomo della morte dei nostri sogni è la Pace. La vita diviene un pomeriggio domenicale, che non ci chiede grandi cose e non esige nulla di pií¹ di quanto noi possiamo dare.  Riteniamo allora di essere “maturi”, di avere messo da parte le “fantasie dell’infanzia”, e raggiungiamo la nostra realizzazione personale e professionale.  E siamo stupiti quando qualcuno della nostra etí  dice di volere ancora questo o quello dalla vita.  Ma, nell’intimo del nostro cuore, sappiamo che cií² che è accaduto è che abbiamo rinunciato a lottare per i nostri sogni, a combattere il Buon Combattimento.
Quando rinunciamo ai nostri sogni e troviamo la pace, abbiamo un periodo di tranquillití . Ma i sogni morti cominciano a marcire dentro di noi e ad infestare tutto l’ambiente in cui viviamo.  Noi cominciamo a diventare crudeli verso coloro che ci circondano, e infine passiamo a rivolgere questa crudeltí  contro noi stessi. Compaiono le malattie e le psicosi. Cií² che volevamo evitare nel combattimento – la delusione e la sconfitta – diviene l’unico legato della nostra vigliaccheria. E un bel giorno, i sogni morti e ormai marciti rendono l’aria difficile da respirare e noi cominciamo a desiderare la morte, la morte che ci liberi dalle nostre certezze, dalle nostre occupazioni, e da quella terribile pace dei pomeriggi domenicali.
Per evitare tutto cií², dunque, dobbiamo affrontare la vita con la riverenza del mistero e la gioia dell’avventura.

Apprendendo con le cose semplici

Nel Bragavad-Gita, il guerriero Arjuna domanda al Signore Illuminato:
“Chi sei?”
In luogo di rispondere “sono questo”, Khrisna comincia a parlare delle piccole e grandi cose del mondo, dicendo che lui sta lí¬. Arjuna riesce cosí¬ a vedere il volto di Dio in tutto cií² che lo circonda.
Noi, invece, benché creati a immagine e somiglianza dell’Altissimo, passiamo la vita intera tentando di chiuderci in un blocco di coerenze, certezze e opinioni. Non capiamo che ci troviamo nei fiori, nelle montagne, nelle cose che vediamo nel nostro tragitto quotidiano verso il posto di lavoro. Raramente pensiamo che siamo venuti da un mistero – la nascita – e che procediamo verso un altro mistero – la morte.
Se rifletteremo su questo, se ci renderemo conto che la presenza divina e la saggezza universale stanno in tutto cií² che ci circonda, saremo molto pií¹ liberi nelle nostre azioni. Ecco qui di seguito, alcune storie al riguardo.

Il filoso e il barcaiolo

La tradizione sufi racconta la storia di un filosofo che attraversava un fiume su una barca.  Durante la traversata, egli cercava di mostrare la sua sapienza al barcaiolo.
– Non conosci il grande contributo che Shopenhauer ha lasciato all’umanití ?
– No – rispose il barcaiolo.  – Ma conosco Dio, il fiume, e la sapienza semplice del mio popolo.
– Allora sappi che hai perduto metí  della tua vita!
In mezzo al fiume, la barca urtí² contro un masso e naufragí². Mentre il barcaiolo stava nuotando verso una delle rive vide il filosofo che stava annegando.
– Non so nuotare! – urlava questi disperato. – Io ti ho detto che avevi perso metí  della tua vita perché non conoscevi Shopenhauer, e ora sto perdendo tutta la mia vita perché non so qualcosa di tanto semplice!

Shopenhauer, intanto…

Il filosofo tedesco Shopenhauer (1788-1860) camminava in una strada di Dresda, cercando delle risposte a certe questioni che lo angosciavano. Tutt’a un tratto, vide un giardino e decise di fermarsi alcune ore a contemplare i fiori.
Uno dei vicini notí² lo strano comportamento di quell’uomo e andí² a chiamare un poliziotto. Qualche minuto dopo, ecco un poliziotto che si avvicinava.
– Chi è lei? –  domandí² questi, con voce dura.
Shopenhauer squadrí² dall’alto in basso quell’uomo davanti a sé.
– E’ quello che sto cercando di scoprire mentre guardo i fiori. Se lei saprí  rispondere a questa domanda, le sarí² eternamente grato.

E mentre cammina…

Mentre passeggiava in un campo, un uomo vide uno spaventapasseri.
– Sarai stanco di startene qui, in questo campo solitario, senza nulla da fare – commentí².
Lo spaventapasseri gli rispose:
– Il piacere di allontanare il pericolo è molto grande, e io non mi stanco mai di farlo.
– Sí¬, anch’io ho agito in questa maniera, con buoni risultati – convenne l’uomo.
– Ma vivono spaventando le cose solo quelli che sono pieni di paglia dentro – rispose lo spaventapasseri.
L’uomo impiegí² alcuni anni per capire la risposta: chi possiede carne e sangue nel proprio corpo deve accettare alcune cose che non si aspettava. Ma chi non ha niente dentro, passa la vita allontanando tutto cií² che si avvicina – e neppure le benedizioni di Dio riescono ad avvicinarsi.

tags technorati :

Edizione nº 154 : Scambiando suoni per colori

– Fermiamoci un po’. Non sopporto questo colore arancione!

Dov’è il colore arancione? Ci troviamo a Trastevere, a Roma, e io vedo solo i bar, le persone per la strada in questo inizio di primavera gelato, e le campane della chiesa che suonano. Ormai è quasi sera di un giorno nuvoloso, sicché non si puí² neppure dare la colpa al sole per questa illusione ottica.

Sto camminando con un’attrice che conosco ormai da qualche tempo, ma con la quale non ho avuto prima l’occasione di conversare abbastanza. Mi fermo come ha chiesto lei, ma solo per educazione, giacché quella donna equilibrata, professionale, dev’essere pií¹ matta di quanto io pensassi.

Entriamo in un ristorante per cenare. Ordiniamo risotto al tartufo e un buon vino. Parliamo della vita, e di nuovo un commento assurdo:

– Questo cibo è rettangolare!

Lei nota la mia espressione di stupore. Cibo rettangolare?

– Starai pensando che sono matta, ma non lo sono. C’è stato un momento della mia vita in cui ho creduto di essere daltonica (chi confonde un colore con un altro). Sono andata dal medico e ho scoperto di avere un disturbo neurologico comune.

Tornato a casa, ho cominciato immediatamente a fare ricerche nel computer e sono rimasto sorpreso da qualcosa di cui non avevo mai sentito parlare nella mia vita: sinestesia. Una condizione in cui uno stimolo di un determinato senso provoca la percezione in un altro. Chi soffre di questo tipo di disturbo confonde i suoni con gli odori, la visione con il gusto, i colori con il tatto (non necessariamente in questa logica).

Alcuni studi scientifici affermano che la visione di auree negli esseri umani sia nata proprio cosí¬: io non concordo con questi studi, penso piuttosto che tutti noi abbiamo realmente un corpo astrale che puí² essere visto quando si altera la percezione. Ma cií² che pií¹ mi ha attirato nella ricerca è stato scoprire che quello che percepiamo attraverso i nostri cinque sensi non è una verití  assoluta. Le persone sinestesiche hanno una nozione del mondo completamente distinta dalla nostra, anche se questo non impedisce loro di condurre una vita relativamente normale. La mia amica attrice lavora nella TV italiana tutti i giorni, e dice che ha finito per abituarsi.

Approfondendo la ricerca, ho scoperto uno studio sulla rivista britannica “Cognitive Neuropsychology”. Una équipe di ricercatori dell’University College di Londra, guidata dal Dottor Jamie Ward, si è spinta oltre: alcuni sinestesici possono percepire i colori in parole cariche di emozione, come “amore” o “figlio”. La grande maggioranza di loro finisce per associare il nome di qualcuno a una determinata tonalití . Ward descrive il caso di una giovane, identificata come G.W., che per il semplice fatto di udire determinati nomi, aveva il campo visivo del tutto coperto da un determinato colore associato a quella parola.

In una rivista d’arte, apprendo che le aureole che vediamo intorno alle teste dei santi potrebbero essere state create da qualche pittore sinestesico nell’antichití  ed essere state poi ripetute da altri senza che nessuno si domandasse il motivo di quel cerchio di luce. Il premio Nobel per la Fisica del 1965 ha detto una volta in una intervista: “quando scrivo equazioni sulla lavagna, noto i numeri e le lettere in colori diversi”. Si afferma in un articolo che Feynman fa parte di un gruppo di persone per le quali il numero due puí² essere giallo, la parola automobile ha il sapore della gelatina di fragole e una certa nota musicale evoca l’immagine del cerchio.

Ward dice che la sinestesia non è assolutamente una malattia: “al contrario di chi presenta dei disturbi psichiatrici, il sinestesico non ha alcuna funzione di base compromessa, bensí¬ mostra un sintomo positivo, assente nella maggior parte degli altri esseri umani”. Il grande problema sono i bambini in etí  scolare, che non riescono a capire il motivo per cui sentono le cose in maniera diversa dagli altri.

Con mia grande sorpresa, alcuni studi indicano che una persona su 300 è sinestesica (per quanto la maggioranza dica che il rapporto è di una su 2.000).

Il giorno seguente ho telefonato alla mia amica e le ho domandato che sensazione associasse sempre alla mia persona. “Dolce” è stata la sua risposta.

Beh, non sempre nella sinestesia c’è una logica.

tags technorati :

Edizione nº 153 : Conversazioni con i bambini

Che cos’è il tradimento?

Il profeta camminava per la strada, domandando: “non siamo tutti figli dello stesso Padre Eterno?”.
La folla annuiva. E il profeta continuava: “E se è cosí¬, perché tradiamo il nostro fratello?”
Un ragazzino che si trovava lí¬ presente domandí² al padre: “che cosa significa tradire?”
“Significa ingannare il tuo compagno per ottenere un certo vantaggio”.
“E perché tradiamo il nostro compagno?” insisteva il ragazzino.
“Perché in passato qualcuno l’ha fatto per primo. Da allora, nessuno sa come interrompere il circolo. Continuiamo a tradire o ad essere traditi”.
“Allora io non tradirí² nessuno”, affermí² il ragazzino.
E cosí¬ fece. Crebbe, ottenne molto dalla vita, ma mantenne la sua promessa.
I suoi figli soffrirono di meno e ottennero meno.
I suoi nipoti non soffrirono affatto.

Sulla gelosia

Quando ebbe dodici anni, Anita andí² a lamentarsi con la madre. “Non riesco ad avere delle amiche. Siccome sono molto gelosa, loro si allontanano”.
La madre stava badando ad alcuni pulcini appena nati, e Anita ne prese uno, che subito tentí² di fuggire. Quanto pií¹ la ragazzina lo stringeva nella sua mano, tanto pií¹ il pulcino si dibatteva.
La madre le disse allora: “prova a prenderlo con dolcezza”.
Anita obbedí¬. Aprí¬ le mani e il pulcino smise di dibattersi. Lei comincií² ad accarezzarlo, e lui si rannicchií² tra le sue dita.
“Anche gli esseri umani sono cosí¬”, disse la madre. “Se vuoi imprigionarli in qualche modo, sfuggono. Ma se con loro sarai dolce, ti rimarranno sempre accanto”.

Le tre cose

Chen Ziqin domandí² al figlio di Confucio: “tuo padre ti insegna qualcosa che noi non sappiamo?”
L’altro rispose: “No. Una volta, mentre me ne stavo per conto mio, mi domandí² se leggevo poesie. Gli risposi che no, e lui mi suggerí¬ di leggerne qualcuna, perché aprono nell’anima il cammino dell’ispirazione divina.
“Un’altra volta mi domandí² se praticavo i rituali di adorazione di Dio. Gli risposi che no, e lui me lo fece fare, poiché l’atto di adorare mi avrebbe fatto capire me stesso. Ma non si è mai trattenuto a vedere se obbedivo “.
Quando Chen Ziqin si ritirí², disse fra sé e sé:
“Ho fatto una domanda e ho ottenuto tre risposte. Ho imparato qualcosa sulle poesie. Ho imparato qualcosa sui rituali di adorazione. E ho imparato che un uomo onesto non si ferma mai a sorvegliare l’onestí  degli altri “.

In cerca della pioggia

Dopo quattro anni di siccití  nel piccolo villaggio, il parroco riuní¬ tutti per un pellegrinaggio sulla montagna, dove avrebbero recitato una preghiera collettiva, chiedendo il ritorno della pioggia.
Nel gruppo, il prete notí² un ragazzino, ben coperto da una cappa per la pioggia.
“Sei diventato matto?”, domandí². “In questa regione non piove da anni, e la salita ti ucciderí  per il caldo!”
“Sono raffreddato, padre.  Se andiamo a chiedere a Dio che piova, ha pensato come sarí  il ritorno dalla montagna? Ci sarí  un tale temporale che io devo essere pronto”.
In quel momento, si udí¬ un fragore nel cielo e cominciarono a cadere le prime gocce. Era bastata la fede di un ragazzino perché si realizzasse un miracolo atteso da migliaia di uomini.

tags technorati :

Edizione nº 152 : L’albero e i suoi frutti

L’albero e i suoi frutti

Il guerriero si ricorda del passato. Conosce la Ricerca Spirituale dell’uomo, sa che essa ha gií  scritto alcune tra le migliori pagine della Storia.

E alcuni tra i suoi peggiori capitoli: massacri, sacrifici, oscurantismo. íˆ stata usata per scopi privati, e ha visto i suoi ideali servire da scudo per terribili manipolazioni.

Il guerriero ha gií  udito commenti sul tipo: “come posso sapere se questo cammino è serio?”  Ha visto molta gente abbandonare la ricerca perché non sapeva rispondere a questa domanda.

Il guerriero, perí², non ha dubbi. Segue una formula infallibile: “Dai frutti, conoscerai l’albero”, disse Gesí¹.

Egli segue questa regola e non sbaglia mai.

I frutti di chi non vuole udire

Un profeta arriví² in una grande cittí  della Persia, dove le folle si riunivano intorno a lui tutte le mattine. Ma il tempo passava e la sua presenza cessí² di essere una novití .

– Ormai sappiamo tutto quello che aveva da dirci – commentavano, andando in cerca di un nuovo profeta che insegnasse loro il cammino.

Anche se non c’era nessuno ad ascoltarlo, il profeta continuava a recarsi in piazza a pronunciare il suo sermone.

– Perché insisti a rimanere qui? – gli domandí² un bambino. – Non vedi che parli da solo?

– Tutti coloro che hanno il coraggio di dire cií² che sentono nell’anima, sono in contatto con Dio. Io cerco di ascoltarli quando sto parlando.

“Il fatto di avere un pubblico di tanto in tanto, non cambia nulla”.

I frutti di chi non vuole ricevere

Durante una cena nel monastero di Sceta, il padre pií¹ anziano si alzí² per servire l’acqua agli altri. Andí² di tavolo in tavolo con grande fatica, ma nessuno dei padri accettí².

” Siamo indegni del servizio di questo santo”, pensavano.

Quando il vecchio arriví² al tavolo dell’abate Joí£o Pequeno, questi lo pregí² di riempirgli il bicchiere fino all’orlo. Gli altri monaci lo guardarono scandalizzati. Alla fine della cena, circondarono Joí£o Pequeno:

– Come potete giudicarvi degno di accettare quell’acqua? Non comprendete il sacrificio che egli stava facendo per servirvi?

– Come posso impedire che il bene si manifesti? Voi, che vi ritenete santi, non avete avuto l’umilta per ricevere, e il pover’uomo non ha avuto la gioia di dare.

I frutti del cuore umano

La tradizione sufi racconta la storia di un re che cercava dei bravi pittori per decorare il suo palazzo.  Due squadre – una greca e una cinese – si presentarono con i loro migliori artisti, tentando di acquisire un lavoro che avrebbe reso migliaia di monete d’oro.

Come prova, il re chiese a ciascuna di decorare la parete di una delle sale.  Affinché un gruppo non vedesse il lavoro dell’altro, scelse due pareti opposte e collocí² nel mezzo una tenda.

I cinesi dipinsero la loro con la massima cura, mentre i greci si limitavano a lustrare senza sosta la superficie dell’altra. Giunse finalmente il giorno in cui il re decise di rimuovere la tenda e confrontare i risultati.

Da un lato vide la bella pittura cinese. Sull’altra parete, che era stata lucidata fino a divenire uno specchio, il re vide ancora la bella pittura cinese, ma con la propria immagine nel mezzo.

– Questo è migliore – disse il re. E i greci ottennero il lavoro, perché seppero gestire i frutti nascosti nel cuore umano.

tags technorati :