Edizione nº 152 : L’albero e i suoi frutti

L’albero e i suoi frutti

Il guerriero si ricorda del passato. Conosce la Ricerca Spirituale dell’uomo, sa che essa ha gií  scritto alcune tra le migliori pagine della Storia.

E alcuni tra i suoi peggiori capitoli: massacri, sacrifici, oscurantismo. íˆ stata usata per scopi privati, e ha visto i suoi ideali servire da scudo per terribili manipolazioni.

Il guerriero ha gií  udito commenti sul tipo: “come posso sapere se questo cammino è serio?”  Ha visto molta gente abbandonare la ricerca perché non sapeva rispondere a questa domanda.

Il guerriero, perí², non ha dubbi. Segue una formula infallibile: “Dai frutti, conoscerai l’albero”, disse Gesí¹.

Egli segue questa regola e non sbaglia mai.

I frutti di chi non vuole udire

Un profeta arriví² in una grande cittí  della Persia, dove le folle si riunivano intorno a lui tutte le mattine. Ma il tempo passava e la sua presenza cessí² di essere una novití .

– Ormai sappiamo tutto quello che aveva da dirci – commentavano, andando in cerca di un nuovo profeta che insegnasse loro il cammino.

Anche se non c’era nessuno ad ascoltarlo, il profeta continuava a recarsi in piazza a pronunciare il suo sermone.

– Perché insisti a rimanere qui? – gli domandí² un bambino. – Non vedi che parli da solo?

– Tutti coloro che hanno il coraggio di dire cií² che sentono nell’anima, sono in contatto con Dio. Io cerco di ascoltarli quando sto parlando.

“Il fatto di avere un pubblico di tanto in tanto, non cambia nulla”.

I frutti di chi non vuole ricevere

Durante una cena nel monastero di Sceta, il padre pií¹ anziano si alzí² per servire l’acqua agli altri. Andí² di tavolo in tavolo con grande fatica, ma nessuno dei padri accettí².

” Siamo indegni del servizio di questo santo”, pensavano.

Quando il vecchio arriví² al tavolo dell’abate Joí£o Pequeno, questi lo pregí² di riempirgli il bicchiere fino all’orlo. Gli altri monaci lo guardarono scandalizzati. Alla fine della cena, circondarono Joí£o Pequeno:

– Come potete giudicarvi degno di accettare quell’acqua? Non comprendete il sacrificio che egli stava facendo per servirvi?

– Come posso impedire che il bene si manifesti? Voi, che vi ritenete santi, non avete avuto l’umilta per ricevere, e il pover’uomo non ha avuto la gioia di dare.

I frutti del cuore umano

La tradizione sufi racconta la storia di un re che cercava dei bravi pittori per decorare il suo palazzo.  Due squadre – una greca e una cinese – si presentarono con i loro migliori artisti, tentando di acquisire un lavoro che avrebbe reso migliaia di monete d’oro.

Come prova, il re chiese a ciascuna di decorare la parete di una delle sale.  Affinché un gruppo non vedesse il lavoro dell’altro, scelse due pareti opposte e collocí² nel mezzo una tenda.

I cinesi dipinsero la loro con la massima cura, mentre i greci si limitavano a lustrare senza sosta la superficie dell’altra. Giunse finalmente il giorno in cui il re decise di rimuovere la tenda e confrontare i risultati.

Da un lato vide la bella pittura cinese. Sull’altra parete, che era stata lucidata fino a divenire uno specchio, il re vide ancora la bella pittura cinese, ma con la propria immagine nel mezzo.

– Questo è migliore – disse il re. E i greci ottennero il lavoro, perché seppero gestire i frutti nascosti nel cuore umano.

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Edizione nº 151 : Vent’anni dopo

La prossima settimana celebreremo (25 luglio) il giorno di San Giacomo di Compostela. L’anno scorso, ho rifatto il pellegrinaggio insieme a mia moglie, per celebrare i miei vent’anni dal Cammino.

Mi ricordo di un pomeriggio in cui, seduto in un giardino di Leon, guardavo il fiume che scorre.

Accanto a me, Christina – mia moglie – sta leggendo un libro. In Europa comincia la primavera, ormai possiamo rimettere in valigia i maglioni. Abbiamo viaggiato in auto tutti questi giorni, passando per alcuni luoghi che hanno segnato le nostre vite (Christina ha fatto il Cammino di Santiago nel 1990). Pur avendo viaggiato senza fretta, abbiamo percorso 500 km in meno di una settimana.

Acqua minerale. Caffè.

Persone che conversano, persone che camminano.

Persone che prendono anch’esse il caffè e l’acqua minerale.

Allora torno indietro nel tempo di vent’anni, a un pomeriggio di luglio o agosto del 1986, un caffè, un’acqua minerale, persone che conversano e camminano – solo che stavolta lo scenario sono le pianure che si stendono dopo Castrojeriz, il mio compleanno si sta avvicinando, sono uscito da Sant Jean Pied-de-Port gií  da un po’ di tempo, e mi trovo poco oltre la metí  della strada che conduce a Santiago de Compostela.

Velocití  dell’andatura: 20 km al giorno.

Guardo davanti a me, il paesaggio è monotono: anche la guida sta bevendo il suo caffè in un bar che sembra sorto dal nulla. Guardo dietro di me, lo stesso paesaggio monotono, con l’unica differenza che la polvere del suolo reca le impronte delle suole delle mie scarpe – ma è solo questione di tempo, il vento le cancellerí  prima che sia scesa la sera. 

Tutto mi sembra irreale.

Che sto facendo qui? Questa domanda continua ad accompagnarmi, anche se sono ormai passate varie settimane.

Sto cercando una spada. Sto compiendo un rituale di RAM, un piccolo ordine all’interno della Chiesa Cattolica, senz’altri segreti o misteri se non il tentativo di comprendere il linguaggio simbolico del mondo. Sto pensando che sono stato ingannato, che la ricerca spirituale non è altro che una cosa senza senso o logica, e che sarebbe stato meglio rimanere in Brasile, ad occuparmi delle cose di cui mi occupo sempre.

Sto dubitando della mia sincerití  in questa ricerca perché è molto faticoso cercare un Dio che non si mostra mai, pregare alle ore giuste, percorrere cammini strani, mantenere una certa disciplina, accettare ordini che mi sembrano assurdi.

Si tratta di questo: dubito della mia sincerití . In tutti questi giorni Petrus ha detto che il cammino è di tutti, delle persone comuni, il che mi lascia piuttosto disilluso. Io pensavo che tutto questo impegno mi avrebbe dato un posto di rilievo tra i pochi eletti che si avvicinano ai grandi archetipi dell’universo. Pensavo che avrei finalmente scoperto quanto siano vere tutte le storie sui governi segreti di saggi nel Tibet, sulle pozioni magiche capaci di suscitare amore lí  dove non c’è attrazione, di rituali in cui all’improvviso le porte del Paradiso si aprono.

Ma quello che Petrus mi dice è esattamente il contrario: gli eletti non esistono. Tutti sono prescelti se, invece di domandarsi “che cosa sto facendo qui”, decidono di fare qualcosa che risvegli l’entusiasmo nel loro cuore. íˆ nel lavoro con entusiasmo che risiede la porta del paradiso, l’amore che trasforma, la scelta che ci porta a Dio. 

íˆ questo entusiasmo che ci mette in connessione con lo Spirito Santo, e non le centinaia, le migliaia di letture dei testi classici. íˆ la volontí  di credere che la vita è un miracolo che permette ai miracoli di accadere, e non i cosiddetti “rituali segreti” o gli “ordini iniziatici”.  Insomma, è la decisione dell’uomo di compiere il proprio destino che lo fa essere realmente un uomo – e non le teorie che egli elabora intorno al mistero dell’esistenza.

E ora sono qui. Poco oltre la metí  del cammino che mi conduce a Santiago de Compostela. Se le cose sono tanto semplici come dice lui, perché questa avventura inutile?
In questo pomeriggio a Leon, nel lontano 1986, io non so ancora che tra sei o sette mesi scriverí² un libro su questa mia esperienza, che gií  procede accanto alla mia anima il pastore Santiago in cerca di un tesoro, che una donna chiamata Veronika si accinge ad ingerire alcune pillone nel tentativo di suicidarsi, che Pilar arriverí  davanti al fiume Piedra e scriverí , piangendo, il suo diario.

Tutto quel che so è che sto facendo questo assurdo e monotono Cammino. Non esistono né fax né cellulare, i rifugi sono pochi, la mia guida sembra continuamente irritata, e io non ho modo di sapere che cosa sta succedendo in Brasile.

Tutto quel che so in questo momento è che sono teso, nervoso, incapace di conversare con Petrus, perché mi sono appena reso conto che non posso piú riprendere a fare cií² che facevo prima – anche se cií² significa rinunciare a una discreta somma di denaro alla fine del mese, a una certa stabilití  emotiva, a un lavoro che ormai conosco e del quale domino alcune tecniche.  Ho bisogno di cambiare, di proseguire verso il mio sogno, un sogno che mi sembra puerile, ridicolo, impossibile da realizzare: diventare lo scrittore che segretamente ho sempre desiderato essere, senza averne mai il coraggio.

Petrus finisce di bere il suo caffè, la sua acqua minerale, mi chiede di pagare il conto e di rimetterci subito in cammino, perché mancano ancora alcuni chilometri fino alla prossima cittí . Le persone continuano a passare e a conversare, a guardare con la coda dell’occhio i due pellegrini di mezza etí , pensando che c’è tanta gente strana a questo mondo, sempre pronta a tentare di rivivere un passato che ormai è morto (*).  La temperatura deve aggirarsi sui 27o C perché è pomeriggio inoltrato, e io mi domando silenziosamente, per la millesima volta, se non avrí² preso la decisione sbagliata.

Volevo forse cambiare? Penso di no, ma in fin dei conti questo cammino mi sta trasformando. Volevo conoscere i misteri? Penso di sí­, ma il cammino mi sta insegnando che i misteri non esistono, che – come diceva Gesú Cristo – non vi è nulla di occulto che non sia stato rivelato. Insomma, tutto sta avvenendo esattamente al contrario di quanto io mi aspettavo.

Ci alziamo e cominciamo a camminare in silenzio. Sono immerso nei miei pensieri, nella mia insicurezza, e Petrus starí  pensando – immagino – al suo lavoro a Milano. Si trova qui perché in qualche modo è stato obbligato dalla Tradizione, ma probabilmente spera che questa camminata finisca presto, per poter tornare a fare cií² che gli piace.

Camminiamo per quasi tutto il resto del pomeriggio senza parlare. Siamo isolati nella nostra convivenza forzata. Santiago de Compostela si trova piú avanti, e io non posso immaginare che questo cammino mi condurrí  non solo a questa cittí , ma anche a tante altre cittí  del mondo. Né io né Petrus sappiamo che questo pomeriggio, nella pianura di Leon, io sto camminando anche verso Milano, la sua cittí , dove arriverí² quasi dieci anni dopo, con un libro intitolato “L’alchimista”. Io sto camminando verso il mio destino, tante volte sognato e altrettante volte negato.

Fra qualche giorno arriverí² esattamente nel luogo dove oggi, vent’anni dopo, sto scrivendo queste righe. Sto camminando verso cií² che ho sempre desiderato, e non ho fede, né speranza, che la mia vita si trasformi.

Ma proseguo. In un futuro lontano, in uno dei bar dove passerí² fra alcuni giorni, c’è gií  mia moglie seduta a leggere un libro, e ci sono anch’io, digitando questo testo su un computer che, qualche minuto dopo, lo invierí  tramite internet al giornale su cui sarí  pubblicato. 

Sto camminando verso questo futuro – in questo pomeriggio d’agosto del 1986. 

(*) nell’anno in cui feci il pellegrinaggio, solo 400 persone avevano percorso il Cammino di Santiago. Nel 2005, secondo statistiche non ufficiali, 400 persone passavano- ogni giorno – davanti al bar di cui si parla nel testo. 

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Edizione nº 150 : In fondo al cuore

Alcuni mesi fa ho pubblicato in questo spazio un testo intitolato “I segreti del sotterraneo”, descrivendo un ritiro che si concluse con una magica cena nei sotterranei dell’Abbazia di Melk, in Austria. Nell’articolo, commentavo allora che, guardando i sotterranei della mia anima, tutto cií² che potevo trovarvi erano i miei errori e che avrei cercato di riordinarli in modo che non mi suscitassero paura e mi aiutassero, piuttosto, a comprendere meglio le cose che non avrei dovuto ripetere. Allora ero in compagnia, tra gli altri, dell’Abate Dr.Burkhard Ellegast, OSB, che considero un maestro spirituale, anche se non riusciamo a parlare una lingua in comune (io non riesco neppure a chiedere un bicchiere d’acqua in tedesco).  Con mia sorpresa l’Abate Burkhard ha scritto in seguito un testo che riguarda “I segreti del sotterraneo”, e qui di seguito riporto l’adattamento di alcune sue riflessioni.

“Tante volte ci domandiamo: come mai ci è capitato proprio questo? All’improvviso, mi sono visto circondato da gente che era disposta a riflettere sul significato della vita.  Che cosa avrei potuto dire io a quelle persone, se tutto cií² che è accaduto nella mia esistenza è stato di entrare in un convento ancora giovane e, in seguito, ricevere l’incarico di dirigere questa abbazia per 26 anni?”

“Penso che le persone mi guardassero come se io avessi una risposta per tutto. Ma decisi che avrei unicamente parlato un po’ di me. Avrei detto che la mia fede è in grado di mantenermi vivo ed entusiasta per andare avanti, malgrado i momenti di pessimismo. Spiegai allora la mia filosofia: se faccio un passo sbagliato e vengo trascinato a fondo, cií² non verrí  mai fatto in maniera discreta. Tutti mi vedranno gridare, scalciare, agitare bandiere, in modo che cií² serva da avvertimento per quelli che verranno.”

“Grazie a questa filosofia, so che difficilmente trascinerí² altri con me nei miei errori, e cosí¬ riesco a dominare la paura e mi arrischio a dirigere la barca verso acque sconosciute. Io so, è chiaro, che se stessi per affogare, nonostante il rumore che potrei fare, sarei sempre in grado di alzare la mano e chiedere: ‘Dio, ti prego, aiutami!’ Di sicuro sarei ascoltato, e si aprirebbe un nuovo cammino.”

“Nel suo articolo, Paulo Coelho afferma di essere rimasto sorpreso vedendo che lo presentavo servendomi di un testo del suo libro ‘Undici minuti’ (NR – il libro è su sesso e prostituzione, è chiaro che mi sarei sorpreso!). Mi soffermai infatti su un brano del diario del personaggio principale, dove lei racconta la storia di un bell’uccellino che soleva andarla a trovare. La protagonista lo ammirava cosi tanto che un giorno decise di imprigionarlo in una gabbietta, per poter avere sempre il suo canto e la sua bellezza presenti. Con il passare dei giorni, lei si abituí² alla nuova compagnia e perse lo stupore con cui attendeva quell’anima libera che di tanto in tanto andava a trovarla, senza alcuna coercizione. L’uccellino, a sua volta, non riusciva a cantare in cattivití , e finí¬ per morire. Solo allora lei riuscí¬ a capire che l’amore aveva bisogno di libertí  per esprimere tutto il suo incanto – anche se la libertí  presupponeva alcuni rischi.”

“Noi abbiamo la tendenza a ricercare la cattivití  perché siamo soliti vedere la libertí  come qualcosa che non ha frontiere né responsabilití . E a causa di cií² finiamo anche per tentare di schiavizzare tutto quello che amiamo – come se l’egoismo fosse l’unico modo per mantenere in equilibrio il nostro mondo. L’amore non limita, ma amplia i nostri orizzonti: possiamo vedere chiaramente cií² che sta fuori e possiamo vedere ancora pií¹ chiaramente i luoghi oscuri del nostro cuore.”

“Anche se non parlo inglese, potevo capire tutto cií² che gli occhi e i gesti di Coelho esprimevano. E riesco ancora a ricordare il momento in cui, tramite uno dei presenti, mi domandí² che cosa dovesse fare. Allora gli risposi: continua a cercare.”

“E quando troverai, continua comunque a cercare, con entusiasmo e curiosití . Nonostante gli errori che si potranno commettere, l’amore è pií¹ forte, permette all’uccellino di volare in libertí , e ogni singolo passo non sarí  solo un movimento in avanti, ma conterrí  in sé tutto un nuovo cammino.”

Edizione nº 149 : Il segnale

C’era una volta un saggio di nome Sidi Mehrez. Era irritatissimo con il luogo in cui viveva, una bella cittadina sulle rive del Mare Mediterraneo: uomini e donne vivevano in maniera depravata e il denaro era l’unico valore importante. Siccome Mehrez era anche Santo e faceva miracoli, decise di avvolgere la sua sciarpa intorno a Tunisi e gettarla nell’oceano.

Gli edifici cominciarono a crollare, il suolo si solleví², e gli abitanti furono colti dal panicos nel vedere che stavano per essere scagliati verso la morte. Disperati, decisero di chiedere aiuto a un amico di Mehrez, di nome Sidi Ben Arous. Questi riuscí­ a convincere il rigido Santo a interrompere la distruzione, ma da allora tutte le strade di Tunisi sono in pendenza.

Cammino per il bazar di questa cittí  africana, sospinto dal vento di questa peregrinazione con la quale celebro i 20 anni dal mio cammino di Santiago (1986). Mi trovo con Adam Fathi e Samir Benali, due scrittori locali: a quindici chilometri ci sono le rovine di Cartagine, che nel lontano passato fu capace di affrontare la potente Roma.

Passiamo vicino a un bell’edificio: nel 1754, un fratello uccise l’altro. Il loro padre decise di costruire questo palazzo per ospitarvi una scuola, mantenendo viva la memoria del figlio assassinato. Il mio commento è che, in questo modo, anche il figlio assassino sarebbe stato ricordato.

– Non è proprio cosí­ – risponde Samil. – Nella nostra cultura, il criminale condivide la colpa con tutti coloro che gli hanno permesso di commettere il crimine. Quando un uomo viene ucciso, anche quegli che gli ha venduto l’arma è responsabile davanti a Dio. L’unico modo che aveva il padre per emendare cií² che considerava un proprio errore fu di trasformare la tragedia in qualcosa che potesse aiutare gli altri: in luogo della vendetta che si limita al castigo, la scuola ha fatto in modo che l’istruzione e la saggezza potessero essere trasmesse da piú di due secoli.

Su una delle porte dell’antica muraglia c’è una lanterna. Fathi commenta il fatto che io sia uno scrittore ormai noto, mentre lui si sta ancora battendo per un riconoscimento:

– Qui risiede l’origine di uno dei piú celebri proverbi arabi: “la luce illumina solo lo straniero”.

Dico allora che anche Gesú fece lo stesso commento: nessuno è profeta nella propria terra. Noi tendiamo sempre a valorizzare quello che viene da lontano, senza mai riconoscere tutto cií² che di bello esiste intorno a noi.

Entriamo poi in un palazzo antico, oggi trasformato in un centro culturale. I miei due amici cominciano a spiegarmi la storia del luogo, ma la mia attenzione viene completamente attratta dal suono di un pianoforte, che comincio a seguire attraverso i labirinti dell’edificio. Finisco in una sala dove un uomo e una donna, apparentemente estraniati dal mondo, suonano la “Marcia Turca” a quattro mani. Mi ricordo che alcuni anni addietro ho assistito a una scena simile: un pianista in un centro commerciale, concentrato sulla propria musica, che non prestava alcuna attenzione alle persone che passavano parlando a voce alta o con la radio accesa.

Ma qui siamo solo noi tre e i due pianisti. Posso vedere l’espressione che entrambi hanno sul viso: gioia, la piú pura e completa gioia. Non sono lí­ per impressionare una platea, ma perché sentono che questo è il dono che Dio gli ha fatto per conversare con le loro anime.  Di conseguenza, finiscono per colloquiare anche le anime di Adam, Samil e Paulo, e tutti noi ci sentiamo piú vicini al significato della vita.

Ascoltiamo in silenzio per un’ora.  Alla fine applaudiamo, e quando rientro in albergo mi ritrovo a pensare alla famosa lanterna.

Sí­, puí² darsi che illumini soltanto lo straniero, ma questo fa davvero una grande differenza quando siamo posseduti da questo enorme amore per cií² che facciamo?

Grazie a Dio, la sala è affollata per la conferenza in questo paese africano. Dovrei essere presentato da due intellettuali locali: ci incontriamo prima, uno di loro ha un testo di due minuti, l’altro ha scritto un articolo di un quarto d’ora sulla mia opera.

Con molta cautela, il coordinatore spiega che è impossibile la lettura di tutto l’articolo, giacché l’incontro deve durare al massimo 50 minuti. Immagino quanto egli debba aver lavorato per il suo testo, ma penso che il coordinatore abbia ragione: io sono lí­ per conversare con i miei lettori, è questo il motivo principale dell’incontro.

Comincia la conferenza. Le presentazioni durano al massimo cinque minuti, e ora mi rimangono 45 minuti per dialogare apertamente. Dico subito che io non sono lí­ per spiegare niente, la cosa interessante sarebbe tentare di instaurare un dialogo.

C’è la prima domanda, di una giovane: che cosa sono i segnali di cui parlo tanto nei miei libri? Spiego che si tratta di un linguaggio estremamente personale che sviluppiamo nel corso della vita, attraverso le azioni corrette e gli errori, finché ci rendiamo conto del momento in cui Dio ci sta guidando. A un’altra domanda – se è stato un segnale a portarmi in questo paese lontano – rispondo che sí­, che sto facendo un viaggio di 90 giorni per celebrare i miei 20 anni dal pellegrinaggio lungo il Cammino di Santiago.

La conversazione continua, il tempo passa rapidamente, e devo riprendere il mio discorso. Scelgo a caso, fra 600 persone, un uomo di mezza etí , con un paio di baffoni, per l’ultima domanda.

E questi dice:

– Non voglio fare nessuna domanda. Voglio solo pronunciare un nome.

E dice il nome di una piccola cappella, situata in un luogo sperduto, a migliaia di chilometri dal posto in cui mi trovo, dove un giorno deposi una targa come ringraziamento per un miracolo. E dove sono andato, prima di iniziare questo pellegrinaggio, a chiedere alla Vergine di proteggere i miei passi.

Ormai non so piú come continuare la conferenza.  Le parole che seguono sono state scritte da Adam Fethi, uno degli scrittori che componevano il tavolo:

“E all’improvviso l’Universo in quella sala era come se avesse cessato di muoversi. Tante cose accaddero: io vidi le tue lacrime. E vidi le lacrime della tua dolce moglie, quando quel lettore anonimo pronuncií² il nome di una cappella sperduta in qualche luogo del mondo.

“Tu perdesti la voce. Il tuo viso sorridente si fece serio. I tuoi occhi si riempirono di lacrime timide, che tremolavano sull’orlo delle ciglia, come se si scusassero di stare lí­ senza essere invitate.

“Lí­ c’ero anch’io, e sentivo un groppo alla gola, senza sapere perché. Cercai nella platea mia moglie e mia figlia: sono loro che ricerco sempre quando mi sento prossimo a qualcosa che non conosco.  Erano tutte e due lí­, ma tenevano gli occhi fissi su di te, silenziose come tutti i presenti, cercando di sostenerti con i loro sguardi, come se degli sguardi potessero sostenere un uomo.

“Allora cercai di fissarmi su Christina, chiedendo aiuto, tentando di capire che cosa stava succedendo, come interrompere quel silenzio che sembrava infinito. E vidi che anche lei piangeva, in silenzio, come se fossero note di una stessa sinfonia, e come se le vostre lacrime si sfiorassero, malgrado la distanza.

“E in quei lunghi secondi ormai non esistevano piú né sala, né pubblico né altro. Tu e tua moglie eravate partiti verso un luogo dove nessuno poteva seguirvi: cií² che esisteva era solo la gioia di vivere tutto questo, che veniva raccontato solo con il silenzio e l’emozione.

“Le parole sono lacrime che sono state scritte.  Le lacrime sono parole che hanno bisogno di sgorgare. Senza di esse, nessuna gioia possiede un fulgore, nessuna tristezza ha una fine. Dunque, grazie per le tue lacrime”.

Avrei dovuto dire alla giovane che aveva posto la prima domanda – quella sui segnali – che lí­ c’era uno di loro, che affermava che io mi trovavo nel luogo in cui sarei dovuto stare, al momento giusto, malgrado io non abbia mai capito bene cosa mi abbia portato fin lí­.

Ma penso che non sia stato necessario: lei deve averlo capito.

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Edizione nº 148 : Meditare camminando

Arrivo a Santiago de Compostela, questa volta in auto, per celebrare il mio pellegrinaggio di venti anni fa. Mentre mi trovavo a Puente La Reina, venne l’idea di organizzare dei pomeriggi di autografi senza grandi preparativi: bastava telefonare alla successiva cittí  in cui avremmo dormito, chiedere che esponessero un manifesto nella libreria locale, e io mi sarei trovato lí­ all’ora stabilita.
Il tutto riuscí­ magnificamente nei piccoli paesi, mentre ci volle un po’ piú di organizzazione nelle cittadine grandi, come la stessa Santiago de Compostela. Ebbi cosí­ un contatto inatteso con i lettori e appresi che le cose fatte con amore possono avvalersi dell’improvvisazione come di un grande alleato.
Adesso Santiago era lí­ davanti a me. E alcune decine di chilometri piú avanti, l’Oceano Atlantico. Ma sono deciso a proseguire con i pomeriggi di autografi improvvisati, giacché intendo rimanere novanta giorni fuori casa.
E visto che in questo momento non ho intenzione di attraversare l’oceano, devo andare a destra (Santander, Paesi Baschi) o a sinistra (Guimarí£es, Portogallo)?
Meglio lasciare che sia il destino a scegliere: mia moglie e io entriamo in un bar e domandiamo a un uomo che sta prendendo un caffè: destra o sinistra? Lui, convinto, risponde che dobbiamo proseguire verso sinistra – forse pensando che ci stavamo riferendo ai partiti politici.
Cosí­ telefono al mio editore portoghese. Lui non domanda che follia sia questa, non reclama che lo sto avvisando all’ultimo momento. Due ore piú tardi mi chiama, dice che ha contattato le radio locali di Guimarí£es e Fátima, e nel giro di 24 ore potrí² incontrarmi con i miei lettori in quelle cittí .
Tutto funziona benissimo.
E a Fátima, come un segnale, ricevo un regalo da una delle persone che sono lí­ presenti. Si tratta degli scritti di un monaco buddista, Thich Nhat Hanh, un testo intitolato “The long road to joy” (La lunga strada verso la gioia). Da quel momento in poi, prima di continuare questo viaggio di 90 giorni per il mondo, leggo tutte le mattine le sagge parole di Nhat Hanh, che riassumo qui di seguito:

1] Ormai sei arrivato. Dunque, senti il piacere di ogni passo e non essere preoccupato per le cose che ancora devi superare. Non abbiamo niente davanti a noi, solo un cammino da percorrere in ogni momento con gioia. Quando pratichiamo la meditazione errante, siamo sempre sul punto di arrivare, il nostro focolare è il momento attuale e nulla piú.

2] Percií², sorridi sempre mentre cammini. Sia pure dovendo forzare un po’, e trovandoti ridicolo. Prendi l’abitudine di sorridere e finirai per essere allegro. Non avere paura di mostrare la tua contentezza.

3] Se pensi che pace e felicití  siano sempre pií¹ avanti, non riuscirai mai a raggiungerle. Cerca di capire che entrambe sono le tue compagne di viaggio.

4] Quando cammini, stai massaggiando e onorando la terra. Allo stesso modo, la terra sta cercando di aiutarti a mantenere in equilibrio il tuo organismo e la tua mente. Comprendi questo rapporto e cerca di rispettarlo: che i tuoi passi siano compiuti con la fermezza di un leone, l’eleganza di una tigre e la dignití  di un imperatore.

5] Presta attenzione a cií² che accade intorno a te. E concentrati sul respiro: questo ti aiuterí  a liberarti dai problemi e dalle ansie che tentano di accompagnarti nel cammino.

6] Nel camminare, non sei solo tu che ti stai muovendo, ma tutte le generazioni passate e future. Nel mondo cosiddetto “reale” il tempo è una misura, ma nel mondo vero non esiste nulla oltre l’attimo presente. Abbi piena coscienza che tutto cií² che è accaduto e tutto cií² che accadrí  si trova in ogni tuo passo.

7] Divertiti. Fai della meditazione errante un incontro costante con te stesso, e mai una penitenza in cerca di ricompense. Che sempre crescano fiori e frutti nei luoghi che i tuoi piedi hanno toccato.

Edizione nº 147 : Due Storie Sulle Montagne

Qui dove sono

Dopo aver vinto numerose gare di arco e freccia, il campione della cittí  andí² a trovare il maestro Zen.
– Sono il migliore di tutti – disse. – Non ho appreso la religione, non ho ricercato l’aiuto dei monaci, e sono riuscito ad arrivare a esser considerato il miglior arciere di tutta la regione. Ho saputo che, per un certo periodo, il miglior arciere della regione siete stato voi, e vi domando: c’era bisogno di diventare un monaco per apprendere a tirare?
– No – rispose il maestro Zen.
Ma il campione non si ritenne soddisfatto: estrasse una freccia, la mise nell’arco, la scaglií² e colpí¬ una ciliegia che si trovava molto lontana. Sorrise, come a dire: “Avreste potuto risparmiare il vostro tempo, dedicandovi solo alla tecnica.” E disse:
– Dubito che riuscirete a ripeterlo.
Senza mostrare la minima preoccupazione, il maestro andí² dentro, prese il suo arco e comincií² a camminare in direzione di una montagna vicina. Lungo la strada c’era un abisso che si poteva attraversare solo grazie a un vecchio ponte di corda ormai marcia, quasi pericolante: con la massima calma, il maestro Zen arriví² sino alla metí  del ponte, tese il suo arco, vi inserí¬ la freccia, puntí² un albero sull’altro lato del burrone e centrí² il bersaglio.
– Ora tocca a te – disse gentilmente al giovane, mentre tornava verso il terreno sicuro.
Terrorizzato, guardando l’abisso sotto i suoi piedi, il giovane andí² fino al luogo indicato, tirí², ma la sua freccia atterrí² molto distante dal bersaglio.
– Ecco a cosa sono valse la disciplina e la pratica della meditazione – concluse il maestro quando il giovane torní² accanto a lui. – Tu puoi avere molta abilití  con lo strumento che hai scelto per guadagnarti da vivere, ma è tutto inutile se non riesci a dominare la mente che utilizza quello strumento.

Contemplando il deserto

Tre persone che passavano in una piccola carovana videro un uomo che contemplava l’imbrunire nel deserto del Sahara dall’alto di una montagna.
– Dev’essere un pastore che ha perduto una pecora e cerca di scoprire dove sia – disse il primo.
– No, non credo che stia cercando qualcosa, e tanto meno al tramonto, quando la vista si confonde. Penso che aspetti un amico.
– Vi garantisco che è un sant’uomo, e cerca l’illuminazione – commentí² il terzo.
Si misero a discutere su cosa stesse facendo quell’uomo, e tanto s’infervorarono nella discussione che finirono quasi per litigare. Infine, per stabilire chi avesse ragione, decisero di salire sulla montagna e di raggiungere l’uomo.
– Lei sta cercando la sua pecora? – domandí² il primo.
– No, non ho nessun gregge.
– Allora, di sicuro, aspetta qualcuno – affermí² il secondo.
– Sono un uomo solitario, che vive nel deserto – fu la risposta.
– Poiché vive nel deserto, e in solitudine, dobbiamo credere che lei è un santo, alla ricerca di Dio, e sta meditando! – esclamí², contento, il terzo uomo.
– C’è davvero bisogno che tutto, sulla Terra, abbia una spiegazione? Allora vi spiego. Io me ne sto qui unicamente a guardare il tramonto: questo non basta per dare un senso alle nostre vite?

Edizione nº 146: La lettera a cui non posso rispondere

Justin FullerLa lettera a cui non posso rispondere ora si trova sul mio tavolo. íˆ arrivata nelle mie mani grazie all’impegno di alcuni coniugi olandesi che, nel giugno 2006, mi hanno inviato un messaggio elettronico. Io non vi ho prestato importanza, e non ho risposto. Loro hanno insistito ancora alla fine dello stesso mese e neanche allora vi ho prestato attenzione. Fino a quando è arrivato un avvertimento con parole piú severe:

“Questa è l’ultima volta che chiediamo questo favore. íˆ a suo criterio scrivere o meno a Justin. O meglio, è a criterio della sua coscienza. Ho conosciuto i suoi libri proprio grazie a lui. Distinti saluti, Jacobus (ometto il cognome)”.

Ho letto allora con attenzione il testo della e-mail: vi si diceva che Justin Fuller, detenuto #999266 della Unití  Polunsky, Livingston, Texas, sarebbe stato giustiziato il giorno del mio compleanno: 24 agosto. L’avvocato, Don Bailey, aveva gií  fatto ricorso in tutti i gradi della giustizia, ma, a quanto pareva, la causa era persa. Non mi stavano chiedendo di denunciare pubblicamente il fatto, o che prendessi posizione al riguardo: volevano solo che inviassi alcune parole di conforto a questo lettore.

Digito il nome di Justin in un motore di ricerca. Vedo la sua fotografia, scopro che c’è una pagina con i nomi di tutti quelli che si trovano (o si trovavano) nel braccio della morte in Texas. Vedo la scheda penale: www.tdcj.state.tx.us/stat/fullerjustin.htm

Scrivo la lettera. La settimana successiva al mio compleanno, Jacobus mi scrive ancora una volta: Justin l’ha ricevuta e, prima di essere giustiziato, mi ha risposto. La lettera mi sta aspettando in un albergo in cui sono solito fermarmi in una certa cittí  e che ho dato come indirizzo del mittente.

Finalmente, alla fine di ottobre 2006, passo per quell’albergo. So che c’è una lettera di un condannato a morte che mi aspetta. So che lui è stato ormai giustiziato. Ritiro la lettera, mi fermo in un bar e leggo le parole di qualcuno a cui non potrí² mai rispondere. A cui non posso neanche chiedere l’autorizzazione per pubblicare alcuni brani, ma, giacché stiamo parlando di una vera e propria aberrazione della giustizia – la morte come strumento dello stato – ne trascrivo qui alcune parti:

“Caro Signor Coelho,

“il braccio della morte è l’arena dove le politiche del Potere, del Compenso e della Violenza vengono applicate ad un uomo, usando (materiali come) cemento e acciaio. Fino a che quest’uomo si trasforma in acciaio e il suo cuore diviene tanto duro quanto il cemento. Eppure, per quanto l’acciaio possa essere duro, riesce ancora ad essere flessibile, e per quanto il cuore si sia trasformato in cemento, riesce ancora a battere. Al di lí  (del cemento e dell’acciaio) rimangono l’uomo, il suo amore per la vita e i grandi principi che reggono l’essere umano”.

“La sua lettera mi ha sorpreso. Ed è molto strano che la mia trascendenza (Justin usa sempre questo termine, invece che “esecuzione”) possa avvenire proprio nel giorno del suo compleanno. Ovviamente, spero che cií² non avvenga, ma noi due sappiamo che, insieme con la vita, viene sempre la morte. Negli Stati Uniti d’America si compiono le esecuzioni dei detenuti in nome di quella che chiamano “giustizia”, senza tener conto del fatto che siano ben rappresentati nei tribunali, delle condizioni di nascita e dell’ambiente familiare.

“Intanto che aspetto l’ultimo appello alla Corte Suprema, mi trovo pieno di vita, forte, e con lo spirito del tutto libero”.

“Se io trascenderí², potrí² finalmente fluttuare nel vento e godere della libertí . Ho potuto rendermi conto che, malgrado il mio corpo sia prigioniero, la mia vita è cambiata e la mia anima puí² ancora amare, giacché la libertí  è mentale. C’è molta gente nel mondo che, benché si trovi al di fuori della prigione, è molto piú prigioniera di me”.

” Solo quando queste persone si renderanno conto che la libertí  è uno stato mentale potranno realmente goderne”.
La lettera a cui non ho potuto rispondere è molto piú lunga e descrive il rapporto che si instaura attraverso i miei libri. Augura quanto di meglio vi sia a me e alla mia famiglia. E ora è lí¬ sul mio tavolo.

La lettera a cui non ho potuto rispondere, di un condannato a morte, arrestato quando aveva 19 anni, giustiziato quando ne aveva 27, non contiene parole di lagnanza: parla di libertí  e di vita.

Edizione nº 145: Come se fosse la prima volta

Voglio credere che guarderí² a ciascuno dei giorni come se fosse la prima volta. Che vedrí² le persone che mi circondano con sorpresa e stupore, felice di scoprire che sono lí­ accanto a me a condividere qualcosa che si chiama amore, di cui si parla molto, ma del quale si capisce ben poco.

Salirí² sul primo autobus che passa senza domandare in quale direzione sta andando, e scenderí² appena vedrí² qualcosa che attiri la mia attenzione. Passerí² accanto a un mendicante che mi chiederí  un’elemosina. Forse gliela darí², o forse penserí² che la spenderí  per bere e tirerí² avanti – udendo i suoi insulti e comprendendo che questo è il suo modo di comunicare con me. Passerí² accanto a qualcuno che sta tentando di distruggere una cabina telefonica. Forse cercherí² di impedirglielo, o forse comprenderí² che lo sta facendo perché non ha nessuno con cui parlare all’altro capo del filo e cerca cosí­ di fugare la solitudine.

Guarderí² tutto e tutti come se fosse la prima volta – soprattutto le piccole cose, alle quali mi sono ormai abituato, dimenticando la magia che mi circonda. I tasti del mio computer, per esempio, che si muovono con una energia che io non comprendo. Quella pagina che compare sullo schermo e che da tempo non si manifesta in maniera fisica, benché io sia convinto che sto scrivendo su un foglio bianco, dove è facile correggere solo premendo un tasto. Accanto allo schermo del computer si accumulano dei fogli che non ho la pazienza di riordinare, ma se penserí² che essi nascondono delle novití , tutte queste carte, questi appunti, questi ritagli, queste ricevute acquisteranno una vita propria e avranno tante storie curiose – del passato e del futuro – da raccontarmi. Tante cose nel mondo, tanti cammini percorsi, tante entrate e uscite dalla mia vita.

Indosserí² una camicia che sono solito usare sempre, ma per la prima volta presterí² attenzione alla sua etichetta, a come è stata cucita, e cercherí² di immaginare le mani che l’hanno disegnata e le macchine che hanno trasformato quel disegno in qualcosa di materiale, di visibile.

E persino le cose alle quali sono abituato – come l’arco e le frecce, la tazzina del caffè, gli stivali che si sono trasformati in un’estensione dei miei piedi dopo tanto uso – si rivestiranno del mistero della scoperta. Che tutto cií² che la mia mano toccherí , che i miei occhi vedranno, che la mia bocca proverí  sia diverso ora, anche se per molti anni è stato uguale. Cosí­, tutto cií² cesserí  di essere una natura morta e comincerí  a trasmettermi il segreto di aver trascorso con me tanto tempo e manifesterí  il miracolo di un nuovo incontro con certe emozioni che si erano ormai logorate con la routine.

Voglio guardare per la prima volta il sole, se domani ci sarí  il sole; il cielo nuvoloso, se domani sarí  nuvoloso. Al di sopra del mio capo esiste un cielo per il quale l’umanití  intera, nel corso di migliaia di anni di osservazione, ha gií  dato una serie di spiegazioni ragionevoli. Dimenticherí², dunque, tutte le cose che ho appreso sulle stelle, ed esse si trasformeranno di nuovo in angeli, o in bambini, o in qualsiasi altra cosa in cui io abbia il desiderio di credere in quel momento.

A poco a poco, il tempo e la vita hanno reso tutto perfettamente comprensibile – ma io ho bisogno del mistero, del tuono che è la voce di un dio arrabbiato, e non una semplice scarica elettrica che provoca vibrazioni nell’atmosfera. Io voglio di nuovo colmare la mia vita con la fantasia, perché un dio irato è molto piú intrigante, terrificante e interessante di un fenomeno fisico.

E, infine, che io guardi a me stesso come se per la prima volta mi trovassi in contatto con il mio corpo e la mia anima. Che io guardi questa persona che cammina, che sente, che parla come qualsiasi altra, che io sia affascinato dai suoi gesti piú semplici, come conversare con il postino, contemplare la moglie che gli dorme accanto, domandandosi che cosa mai starí  sognando.

E cosí­ rimarrí² quello che sono e che amo essere, una sorpresa continua per me stesso. Questo io che non è stato educato né da mio padre né da mia madre né dalla mia scuola, ma da tutto cií² che ho vissuto fino a oggi, che tutt’a un tratto ho dimenticato e che di nuovo sto scoprendo oggi.

Edizione nº 144: Manuale per mantenere i cammini

1] Il cammino comincia da un crocevia. Lí¬ puoi sostare e pensare in quale direzione proseguire. Ma non soffermarti a pensarci troppo, altrimenti non ti allontanerai mai da quel luogo. Rivolgiti la classica domanda di Castaneda: quale di questi cammini ha un cuore? Rifletti bene sulle scelte che ti si pongono davanti, ma una volta fatto il primo passo dimentica definitivamente il crocevia, o sarai sempre torturato dall’inutile interrogativo: “Avrí² scelto il cammino giusto?” Se hai ascoltato il tuo cuore prima di fare la prima mossa, hai scelto il cammino giusto.

2] Il cammino non dura per sempre. íˆ una benedizione percorrerlo per un certo periodo, ma un giorno esso terminerí , dunque sii sempre pronto a prendere commiato in qualsiasi momento. Per quanto tu sia affascinato da certi paesaggi, o spaventato da alcuni tratti in cui è necessario molto sforzo per proseguire, non attaccarti a nulla. Né alle ore di euforia né agli interminabili giorni in cui tutto sembra difficile e il progresso è lento. Prima o poi un angelo verrí , e il tuo viaggio giungerí  alla fine, non dimenticarlo.

3] Fai onore al tuo cammino. íˆ frutto della tua scelta, della tua decisione, e nella misura in cui rispetterai il suolo che calpesti, anche questo suolo rispetterí  i tuoi piedi. Fai sempre del tuo meglio per conservare e mantenere il tuo cammino, ed esso farí  lo stesso per te.

4] Sii ben equipaggiato. Porta con te un rastrello, una pala e un temperino. Devi capire che per le foglie secche i temperini sono inutili, e per le erbacce molto radicate i rastrelli sono inutili. Sappi sempre quali strumenti utilizzare in ogni momento. E abbine cura, perché sono i tuoi principali alleati.

5] Il cammino va avanti e indietro. A volte bisogna tornare indietro perché si è perduto qualcosa, o un messaggio che si doveva consegnare è rimasto dimenticato in tasca. Un cammino ben meditato ti permette di tornare indietro senza grandi problemi.

6] Bada al cammino piuttosto che a cií² che ti circonda. Attenzione e concentrazione sono fondamentali. Non lasciarti distrarre dalle foglie secche che si ammucchiano ai bordi, o dal modo in cui gli altri si stanno preoccupando della propria strada. Usa la tua energia per aver cura e preservare il suolo che accoglie i tuoi passi.

7] Abbi pazienza. A volte è necessario ripetere gli stessi compiti, come sradicare le erbacce o chiudere le buche che si sono aperte dopo una pioggia inattesa. Non ti infastidire per questo, fa parte del viaggio. Sia pure stanco, sia pure con certi compiti ripetitivi, abbi pazienza.

8] I cammini si incrociano. Gli altri possono dirti com’è il tempo. Ascolta i consigli, ma prendi le tue decisioni. Solo tu sei responsabile del cammino che ti è stato affidato.

9] La natura segue le proprie regole. Percií² devi essere pronto ai cambiamenti repentini in autunno, al ghiaccio scivoloso in inverno, alle tentazioni dei fiori in primavera, alla sete e alle piogge in estate. In ciascuna di queste stagioni, approfitta di quanto c’è di meglio e non lamentarti delle sue caratteristiche.

10] Fai del tuo cammino uno specchio di te stesso. Non lasciarti assolutamente influenzare dalla maniera in cui gli altri si prendono cura del loro cammino. Tu hai la tua anima da ascoltare, e gli uccelli ai quali raccontare cií² che la tua anima sta dicendo. Che le tue storie siano belle e compiacciano tutto cií² che ti circonda. Soprattutto, che le storie che la tua anima racconta durante il viaggio siano riflesse in ogni secondo del percorso.

11] Ama il tuo cammino: senza questo, nulla ha senso.

Edizione nº 143: Settimo vizio capitale – pigrizia

Ed eccoci giunti quasi alla metí  dell’anno. Io non ho mai creduto alle coincidenze, ma penso che aver fatto la serie sui vizi capitali senza pensare al calendario, e notando che il testo sulla pigrizia viene pubblicato quando molte delle decisioni che abbiamo preso il 1° gennaio sono ormai avviate o abbandonate, debba essere visto come un segnale per noi tutti.

Definizione del dizionario: sostantivo femminile, dal latino pigritia(m). Avversione al lavoro, negligenza, indolenza.

Per la Chiesa Cattolica: tutti gli esseri viventi che si muovono devono guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, e non pensare sempre a risultati sicuri e immediati. La pigrizia è una mancanza di sforzo fisico o spirituale, che corrompe l’anima e conduce alla tristezza e alla depressione.

Una storia della tradizione orale: non appena morí¬, Juan si ritroví² in un luogo bellissimo, circondato dalla comodití  e dalla bellezza che sognava. Un tipo vestito di bianco gli si avviciní²: “Hai diritto a quello che vuoi: qualsiasi cibo, piacere, svago”, disse.
Affascinato, Juan fece tutto quello che aveva sognato di fare in vita. Dopo molti anni di piacere, cercí² il tipo in bianco:
“Ho gií  provato tutto quello di cui avevo voglia”, disse. “Ora ho bisogno di un lavoro, per sentirmi utile”.
“Mi dispiace molto”, disse il tipo in bianco, “ma questa è l’unica cosa che non posso ottenere per te. Qui non c’è lavoro”.
“Passare l’eternití  morendo di tedio? Preferirei mille volte stare all’inferno!”
L’uomo in bianco gli si avviciní² e disse a voce bassa:
“E dove pensi di essere?”

Secondo Winnie Albert: come puí² una societí  sopravvivere se è sempre pií¹ concentrata su cibi congelati, fotografie istantanee, purè di patate, lettura dinamica e calcolatrici elettroniche?

Sociologia della pigrizia: tanto quelli che lavorano in eccesso quanto coloro che si rifiutano di lavorare, dimostrano di avere la stessa reazione – cercano di allontanarsi dai problemi naturali di qualsiasi essere umano, evitando di pensare alla realtí  prossima e alle responsabilití  inerenti a una vita normale (Fonte: Il lavoratore compulsivo, Oxford, 2001)

Secondo il buddismo: tradizionalmente, la pigrizia è uno dei principali ostacoli al risveglio dell’anima. Essa si manifesta in tre maniere: la pigrizia della comodití , che ci fa rimanere sempre nello stesso luogo; la pigrizia del cuore, quando ci sentiamo scoraggiati e senza stimoli; infine, la pigrizia dell’amarezza, quando non ci importa pií¹ di nulla e non facciamo pií¹ parte di questo mondo ( Fonte: Pema Shodron in Shambala Sun, Novembre 1998)

Commento del Tao Te Ching: un uomo in cammino si adatta al Cammino. Un uomo nella virtí¹ si adatta alla Virtí¹. Un uomo che perde qualche cosa si conforma alla Perdita. Colui che si conforma al Cammino ne viene gioiosamente accettato. Colui che è virtuoso è accettato dalla Virtí¹.
Colui che si rassegna alla perdita è accettato dalla Perdita.

Dunque, giunti ormai a metí  del 2007: siamo soliti domandarci: da dove viene l’ispirazione? Dove sta la gioia di vivere? Vale davvero la pena di sforzarsi tanto, giacché durante tutto l’anno che è passato io ho cercato di superare i miei limiti, ho mantenuto la famiglia, mi sono comportato nel modo migliore, e tuttavia non sono arrivato dove desideravo?
Un guerriero della luce capisce che il risveglio è un lungo processo, e che è necessario equilibrare contemplazione e lavoro per arrivare dove si desidera. Non è riflettendo su cií² che non ha ottenuto che egli cambierí , anzi, al contrario, in queste domande risiede il germe dell’inazione, dello scoraggiamento. Sí¬, forse abbiamo fatto tutto bene e i risultati non sono visibili, ma io ne sono sicuro: i risultati ci sono. E certamente saranno rivelati a mano a mano che noi procederemo – se non desisteremo proprio ora.
Buon lavoro a tutti.

Edizione nº 142: Sesto vizio capitale – invidia

Secondo il dizionario: s.f., dal latino Invidia (m). Misto di pena e di rabbia; sentimento di rancore per la prosperití  o gioia altrui; desiderio di possedere quello che altri possiedono.

Per la Chiesa Cattolica: si oppone al Decimo Comandamento (Non desiderare le cose altrui). Compare per la prima volta nella Genesi, nella storia di Caino e di suo fratello Abele.

In una storia ebrea: un discepolo interrogí² i rabbini sul passaggio della Genesi: “Il Signore guardí² con favore Abele e la sua offerta, ma non guardí² con favore Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato, il suo viso era abbattuto. Allora il Signore gli disse: perché sei irritato, e perché hai il volto abbattuto?”

Risposero i rabbini:

“Dio deve avere domandato a Caino: perché sei irritato? E’ perché non ho accettato la tua offerta, o perché ho accettato l’offerta di tuo fratello?”

Per il giornalista Zuenir Ventura: i termini associati a essa (l’invidia) sono corrosione, distruzione. Tuttavia, bisogna vedere l’invidia come una reazione umana. Tutti i teorici dell’invidia ritengono che la maniera migliore di lottare contro di essa sia di partire dal principio che tutti la provano, in gradi differenti.

Per lo scrittore Giovanni Papini: la migliore vendetta contro quelli che intendono svilirmi consiste nel tentare un volo verso orizzonti pií¹ elevati. Forse non salirei tanto senza la spinta di chi mi vorrebbe a terra. L’individuo veramente sagace fa di pií¹: si serve della stessa diffamazione per ritoccare al meglio il proprio ritratto ed eliminare le ombre che ne influenzano la luce. L’invidioso si trasforma, senza volere, nel collaboratore della sua perfezione.

L’invidia e l’etica: per lo scienziato e ricercatore Dr. William M. Shelton, l’invidia è una reazione provocata da persone fallite, che cercano di evadere dalla realtí  nascondendosi dietro a una crociata per ristabilire “valori morali”, “ideali nobili” e “giustizia sociale”. La situazione acquista una dimensione pericolosa quando il sistema scolastico comincia a sviluppare nell’alunno il condizionamento a disprezzare tutti quelli che riescono ad avere successo, attribuendo sempre qualsiasi buon risultato a corruzione, manipolazione e degrado morale. Poiché la ricerca del successo è qualcosa di inerente alla condizione umana, gli studenti finiscono per cadere in un processo schizofrenico e odiare proprio quello che li condurrebbe alla felicití , aumentando in tal modo le crisi di ansia e diminuendo la capacití  di innovare e migliorare la societí .

Satana e i demoni: i demoni andarono a reclamare con il Principe delle Tenebre. Da due anni tentavano un certo monaco che viveva nel deserto. “Gli abbiamo gií  offerto denaro, donne, tutto quello che abbiamo nel nostro repertorio, ma niente ha funzionato.”

“Voi non conoscete bene il lavoro” rispose Satana. “Venite a vedere come bisogna agire in un caso del genere.”

Volarono tutti fino alla caverna dove il santo monaco viveva. Lí¬, Satana gli sussurrí² all’orecchio:

“Il tuo amico Macario è stato appena promosso vescovo di Alessandria.”

Immediatamente, l’uomo imprecí² contro i cieli, e perse la sua anima.

Commento del Tao Te Ching: i saggi perfetti dell’Antichití  erano troppo misteriori, soprannaturali, penetranti e profondi per essere compresi dagli uomini.

Erano attenti come l’uomo che attraversa il fiume burrascoso in pieno disgelo dopo l’inverno. Prudenti come quello che è ospite di qualcuno molto cerimonioso. Evanescenti come il ghiaccio che si scioglie. Sobri come il legno grezzo che non ha ricevuto alcuna forma dalle mani umane.

Chi puí², con la serenití , purificare a poco a poco cií² che è impuro? Chi puí² divenire calmo e mantenersi tale per sempre? Quegli che segue il Cammino Perfetto non desidera essere al colmo di alcunché.

(segue: Pigrizia, ultimo vizio capitale)

Edizione nº 139: Quinto vizio capitale – gola

Secondo il dizionario: sostantivo femminile, dal latino gula(m). Eccesso nell’uso di cibo e bevande; avidití , golosití .

Secondo la Chiesa Cattolica: desiderio smodato del piacere connesso all’uso degli alimenti. Non si devono desiderare quegli alimenti che pregiudicano la salute. Non si deve prestare maggiore attenzione al cibo che non a quelli che ci fanno compagnia. L’intossicazione ingiustificata è una perdita totale della ragione e un peccato mortale.

Secondo Peter de Vries: la gola è un disturbo: significa che qualcosa ci sta divorando dentro.

Dal “Verba Seniorum”(La saggezza degli Antichi): l’abate Pastor passeggiava con un monaco di Sceta, quando furono invitati a mangiare. Il padrone della casa, onorato dalla presenza dei padri, fece servire quanto aveva di meglio.
Il monaco, perí², era nel suo periodo di digiuno: quando arriví² il cibo, prese un pisello e lo masticí² lentamente. E non mangií² nient’altro.
All’uscita, l’abate Pastor gli disse:
“Fratello, quando vai a far visita a qualcuno, non trasformare la tua santití  in un’offesa. La prossima volta che sarai a digiuno, non accettare inviti a cena.”

Ricetta di fegato d’oca con tartufi: si pulisce perfettamente il fegato d’oca, tagliandolo poi insieme ai tartufi a piccoli quadratini. Si fodera una terrina piccola e alta con varie fette di pancetta (le fette devono essere sottilissime). Si condisce il tutto con un po’ di sale e pepe e vi si mettono sopra alcuni pezzettini di tartufo. Si aggiungono i rimanenti pezzettini di fegato e tartufo a strati successivi. Si chiude ermeticamente la terrina con l’aiuto di uno strato di pasta fatta con farina e acqua e si mette a cuocere il foie gras a bagnomaria nel forno per 50/60 minuti. Dopo di cií² vi si mette sopra un peso affinché la pasta risulti compatta.

La fame nel mondo: il numero di persone affamate nei paesi in via di sviluppo andrí  dagli attuali 777 milioni a circa 440 milioni nel 2030. Cií² significa che la mèta del Forum Mondiale sull’Alimentazione indicata nel 1996, di ridurre della metí  il numero di persone affamate rispetto ai livelli del 1990-92 (815 milioni), non sarí  raggiunta neanche nel 2030. L’Africa subsahariana è motivo di grande preoccupazione perché il numero di persone cronicamente sottonutrite probabilmente scenderí  solo dagli attuali 194 milioni a 183 milioni nel 2030 ( Fonte: Rapporto della FAO – Agricoltura mondiale: obiettivo 2015/2030)

In una storia sufi: un panettiere voleva conoscere Uways, e questi si recí² alla panetteria sotto le spoglie di un mendicante. Comincií² a mangiare un pane, ma il panettiere lo picchií² e lo caccií² fuori.
“Folle!” esclamí² un discepolo che stava arrivando “non vedi che hai cacciato via il maestro che volevi conoscere?”
Pentito, il panettiere andí² a domandargli che cosa poteva fare per farsi perdonare. Uways gli chiese di invitare lui e i suoi discepoli a mangiare.
Il panettiere li condusse percií² in un buonissimo ristorante e ordiní² i piatti pií¹ costosi.
“Cosí¬ distinguiamo l’uomo buono dall’uomo cattivo” disse Uways ai discepoli a metí  del pranzo. “Quest’uomo è capace di spendere dieci monete d’oro in un banchetto perché io sono celebre, ma non è capace di dare da mangiare una pagnotta a un mendicante che ha fame.”

Commento del Tao Te Ching: trenta raggi si uniscono nel cubo a formare una ruota. Ma è il suo vuoto centrale che permette l’utilizzo dell’auto. Modellate la creta per fare un vaso. Ritagliate porte e finestre nello spazio vuoto delle pareti affinché la stanza possa venire usata.
In tal modo l’essere produce cií² che è utile, ma è il vuoto che lo rende efficace.

(segue: Invidia)

Edizione nº 139: Quarto vizio capitale – Ira

Secondo il dizionario: sostantivo femminile, dal latino Ira. Collera, malumore; indignazione, rabbia; desiderio di vendetta.

Per la Chiesa Cattolica: l’ira non si volge solo contro gli altri, ma puí² volgersi contro colui che permette all’odio di piantare i semi nel suo cuore, e in tal caso normalmente questi è portato al suicidio. Dobbiamo capire che il castigo e la sua applicazione appartengono a Dio.

Nel “Verba Seniorum” (La parola degli antichi): Due saggi che vivevano nello stesso eremo nel deserto del Sahara conversavano un giorno: “Dovremo litigare per non allontanarci dall’essere umano, altrimenti finiremo per non comprendere bene le passioni che lo torturano”, disse uno di loro.
“Io non so come cominciare un litigio”.
“Allora facciamo cosí¬: io metto questo mattone qui al centro, e tu mi dici, questo è mio. Io risponderí²: no, questo mattone è mio. Allora cominceremo a discutere e finiremo per litigare”.
E cosí¬ fecero. Uno disse che il mattone era suo. L’altro ribatté, dicendo che no. “Non perdiamo pií¹ tempo in questo modo, tieniti pure questo mattone”, disse il primo. “La tua idea per litigare non è stata molto buona. Quando ci rendiamo conto che abbiamo un’anima immortale, è impossibile discutere per delle cose”.

In uno studio di laboratorio: Janice Williams seguí¬ per sei anni 13.000 uomini e donne di etí  compresa fra 45 e 64 anni e, sulla base del loro comportamento, scoprí¬ che le persone che si irritano intensamente, e spesso, hanno probabilití  di subire un infarto tre volte superiori a quelle che affrontano le avversití  con maggiore serenití  (Williams, 2000).
Cií² avviene perché, a ogni episodio di rabbia, l’organismo libera nel sangue una scarica extra di adrenalina. L’alta concentrazione di adrenalina aumenta il numero dei battiti cardiaci e, contemporaneamente, restringe i vasi sanguigni, alzando la pressione arteriosa. Il ripetersi di tali episodi puí² generare due problemi generalmente associati all’infarto: l’alterazione del ritmo cardiaco e una improvvisa dilatazione delle placche di grasso che, magari, si trovino nelle arterie.

Nella musica popolare brasiliana: Ma finché ci sarí  forza nel mio petto io non voglio altro / Solo vendetta! Vendetta! Vendetta! Se ai santi urlerai / Come i sassi che rotolano per la strada rotolerai / senza aver mai un angolino tutto tuo dove poter riposare. (Lupicí­nio Rodrigues)

Nelle parole di William Blake: Io provavo rabbia verso il mio amico: gliene ho parlato e la rabbia è passata. Io provavo rabbia verso il mio nemico: non gliene ho parlato e la rabbia è aumentata.

Nell’odio dello straniero (xenofobia): “Tutti i paesi dell’Occidente sono infiltrati dai musulmani. Alcuni di loro sono persino capaci di conversare amabilmente mentre aspettano il momento di assassinarci. Dicono che gli eventi dell’11 settembre (2001) si sono verificati a causa di uno scontro di civiltí . E’ una menzogna: uno scontro di civiltí  richiede che vi siano due civiltí  distinte, e non è questo il caso. Esiste solo una civiltí : la nostra.” (Dichiarazioni dei dirigenti del Partito Danese del Popolo – DPP – che seminano l’odio e il nuovo fascismo, alla cui crescita l’Europa e il mondo intero assistono senza prendere seri provvedimenti)

Commento del Tao Te Ching: Le armi sono tutte strumenti del male, e quindi non sono assolutamente strumenti del saggio principe. Egli le usa soltanto quando è pressato dalla necessití . La calma e il riposo sono cií² che egli valorizza; la vittoria con la forza delle armi è per lui deprecabile.
Considerarla necessaria è un segnale che l’uomo si compiace dell’uccisione di altri uomini, e quegli che si compace di tale uccisione non potrí  dirigere un impero.
Quando vogliamo indebolire qualcuno, dobbiamo prima fortificarlo. Se pretendiamo di sconfiggerlo, dobbiamo prima elevarlo. Se intendiamo depredarlo, dobbiamo prima offrirgli dei doni. Questo è cií² che si dice sottile discernimento.
In tal modo, i sottomessi e i deboli conquisteranno i duri e i forti.

(a seguir: Gula)

Edizione nº 139: Terzo vizio capitale – Lussuria

Definizione del dizionario: sostantivo femminile, derivato dal latino luxuria. Libertinaggio, sensualití , lascivia. Anche nelle piante puí² essere definito come vizio: esuberanza di linfa.

Secondo la Chiesa Cattolica: desiderio disordinato di piacere sessuale. I desideri e gli atti sono disordinati quando non si conformano al proposito divino, che è quello di favorire l’amore reciproco fra gli sposi e la procreazione. Lede il Sesto Comandamento ( Non peccherai contro la castití ).

Secondo Henry Kissinger: Non c’è niente di pií¹ afrodisiaco del potere.

In una storia buddista: Chu e Wu tornavano verso casa, dopo una settimana di meditazione nel monastero. Conversavano su come le tentazioni si propongano all’uomo.
Arrivarono alla sponda di un fiume. Lí¬, c’era una bella donna che aspettava per poter attraversare la corrente. Chu la prese in braccio, la trasportí² sull’altra sponda e proseguí¬ il viaggio con l’amico.
A un certo momento, Wu disse:
“Stavamo parlando della tentazione, e voi avete preso in braccio quella donna. Avete creato l’occasione affinché il peccato si insedi nella vostra anima.”
Chu rispose:
“Mio caro Wu, io ho agito naturalmente. Ho fatto attraversare quella donna e l’ho lasciata sull’altra sponda del fiume. Ma tu continui a trasportarla nel pensiero – e percií² sei pií¹ vicino al peccato.”

Dal diario di una prostituta: Guadagno 350 franchi svizzeri per passare un’ora con un uomo. Sto esagerando. Se togliamo il levarsi i vestiti, l’accennare qualche falsa tenerezza, il dire qualche frase ovvia e rivestirsi, ridurremo questo tempo a undici minuti di sesso vero e proprio.
Undici minuti. Il mondo gira intorno a qualcosa che dura solo undici minuti. E a causa di questi undici minuti in un giorno di 24 ore (ammettendo che tutti facciano l’amore con le proprie mogli, tutti i giorni, il che è una vera e propria assurdití  e una menzogna totale), gli uomini si sposano, mantengono la famiglia, sopportano il pianto dei bambini, si dilungano in spiegazioni quando arrivano tardi a casa, guardano decine, centinaia di altre donne con le quali vorrebbero passeggiare intorno al lago di Ginevra, comprano abiti costosi per sé, e abiti ancora pií¹ costosi per le donne, pagano prostitute per compensare cií² che manca loro senza neppure sapere che cosa sia, alimentano una gigantesca industria di cosmetici, diete, ginnastica, pornografia, potere – e quando si trovano con altri uomini, al contrario di quanto si dice comunemente, non parlano mai di donne. Parlano di lavoro, di soldi e di sport. C’è qualcosa di molto sbagliato nella civiltí .

Lussuria e numeri (nel 2002): William Lyon, della Free Speech Coalition, stima che solo in Internet il settore pornografico produca un profitto annuale tra 10 e 12 miliardi di dollari (da 23 a 26 miliardi di reais), ben al di sopra del profitto della Microsoft. Nel 1999, l’Associazione di Venditori di Video e Software ha constatato che la vendita o il noleggio di film pornografici si è aggirata intorno ai 4.1 miliardi di dollari ( 8.7 miliardi di reais), superando la maggior parte dei costosissimi film realizzati a Hollywood (Fonte:Caslon Analitics Profiles).

Dice il Tao Te Ching: Mantieni l’anima sensibile e il corpo animale in un’unití  perché non possano separarsi.
Controlla la forza vitale, affinché ti trasformi di nuovo in un bambino appena nato.
Quando fugherai le visioni misteriose della tua immaginazione, allora potrai tornare a essere senza macchia.
Purificati e non cercare risposte intellettuali al Mistero.
Quando il discernimento penetra le quattro regioni, forse non conosci quello che dí  vita e la sostiene.
Quello che dí  vita non reclama alcun possesso. Dí  beneficio ma non esige gratitudine. Comanda, ma non esercita autorití . Ecco la cosiddetta “qualití  misteriosa”.

(segue: Ira)

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Edizione nº 138: Secondo peccato capitale: avarizia

Definizione del dizionario: dal latino Avaritia, sostantivo femminile. Attaccamento eccessivo al denaro; meschinití ; taccagneria.

Definizione della Chiesa Cattolica: va contro il Nono e il Decimo Comandamento (Non desiderare la donna altrui, non bramare cose altrui). Inclinazione o desiderio disordinato di piaceri o beni.

Per il filosofo Seneca: i poveri vogliono sempre qualche cosa, i ricchi vogliono molto e gli avari vogliono tutto.

Una storia dei Padri del deserto: “Sant’uomo” disse un novizio all’abate Pastor “ho il cuore colmo di amore per il mondo e l’anima libera dalle tentazioni del demonio. Qual è il mio prossimo passo?

L’abate chiese al discepolo di accompagnarlo nella visita a un malato che aveva bisogno dell’estrema unzione. Dopo che ebbero confortato la famiglia, l’abate notí² che, in uno degli angoli della casa, c’era un baule.

“Che cosa c’è lí¬ dentro?” domandí².

“I vestiti che mio zio non ha mai usato” disse il nipote del malato. “Comprava tutto, ha sempre pensato che si sarebbe presentata l’occasione per indossarli, ma alla fine sono rimasti a marcire lí¬ dentro.”

“Non dimenticare quel baule” disse l’abate Pastor al suo discepolo quando uscirono. “Se nel cuore hai dei tesori spirituali, mettili in pratica ora. Altrimenti marciranno.”

Testo di commento sulla crisi economica asiatica del 1997: i broker compravano e vendevano, convinti che il mondo non sarebbe cambiato e che loro non dovessero fare altro che continuare a investire e veder crescere le loro fortune. Non si preoccupavano dei danni che stavano provocando alla moneta (della Malesia). All’improvviso, 500 miliardi di dollari scomparvero dalla circolazione. E al momento di render conto a tutti quelli che avevano perduto i loro risparmi accumulati nel corso degli anni e con molti sacrifici, rispondevano: “E’ colpa del mercato.” Ebbene, il mercato erano loro.

La morte e l’avarizia: la Morte e l’Avarizia guardavano gli uomini che lavoravano febbrilmente per cercare diamanti in un fiume. “Sono venuta qui a portare via alcune anime” disse la Morte. “Consegnami un terzo di queste persone e me ne andrí² via.”

“Essi mi appartengono, sono miei schiavi” rispose l’Avarizia. “Non ho nulla da consegnarti.”

La Morte allora sfiorí² l’acqua con il suo bastone magico e la avvelení². A poco a poco, tutti quelli che si trovavano lí¬ morirono.

“Perché mi hai rubato tutti i miei schiavi?” urlí² l’Avarizia, arrabbiatissima.

“Perché tu non hai voluto darmene neanche uno” fu la risposta.

In un discorso: a causa della sua incapacití  di produrre, il popolo ebreo è parassita e il suo obiettivo è schiavizzare altri popoli. Essi si servono dell’avarizia per manipolare la stupidití  della classe media ( Adolf Hitler, preparando il terreno per l’Olocausto, che costí² la vita a sei milioni di ebrei).

Molti secoli prima, diceva il rabbino Moshe ben Maimon: il Signore ha inviato agli uomini i suoi messaggeri, chiamati malattie. La Provvidenza Eterna mi ha incaricato di occuparmi della loro salute. Che l’amore per cií² che faccio mi guidi in ogni momento. Che giammai l’avarizia, o la sete di potere, o il desiderio di riconoscimento mi accechino e mi facciano dimenticare che l’obiettivo di un uomo è dare cií² che ha di meglio a un altro uomo.

Il consiglio di Tao Te Ching: i cinque colori accecano gli occhi degli uomini. Le cinque note assordano gli orecchi. I cinque gusti danneggiano il palato. Le corse e le cacce scatenano nel cuore passioni furiose e selvagge.

I beni che sono difficili da ottenere causano ferite di fronte a ostacoli pericolosi. Per questo motivo (…) il saggio rifiuta cií² che è superficiale e preferisce immergersi in profondití .

(segue: La Lussuria)

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Edizione nº 137: I sette peccati capitali – superbia

I sette peccati capitali erano otto, elaborati all’inizio del Cristianesimo dal monaco greco Evagrio Pontico, e definivano le principali inclinazioni negative dell’essere umano (curioso che nella lista di Evagrio il peccato pií¹ grave sia la gola…). Tutte potevano portarci all’inferno. Nel VI secolo, Papa Gregorio fece la prima riforma della lista, includendovi

l’ “invidia”, ma fondendo orgoglio e vanití . Nel XVII secolo, la lista fu di nuovo riformulata e la “melancolia” cessí² di essere un peccato, sostituita dalla “pigrizia”. Giungiamo cosí¬ all’elenco che oggi ci serve da base e che servirí  da base ai prossimi sette testi.

Secondo il dizionario: sostantivo femminile, “superbia” deriva dal latino. Significa alterigia, orgoglio, arroganza, presunzione.

Secondo la Chiesa Cattolica: l’amor proprio che va al di lí  dei limiti e pone al di sopra dell’amore di Dio. íˆ in contrasto con il Primo Comandamento (“Ama Dio al di sopra di tutte le cose”), e fu questa passione che provocí² la ribellione degli angeli e la caduta di Lucifero.

In una storia zen: il grande maestro di Tofuku notí² che il monastero era in agitazione. I novizi correvano di qua e di lí , i servitori si schieravano per accogliere qualcuno.

“Che sta succedendo?” domandí².

Un soldato si avviciní² al maestro e gli diede un biglietto in cui si leggeva: “Kitagaki, il governatore di Kioto, è appena arrivato e chiede udienza.”

“Non ho nulla da trattare con questa persona”, disse il maestro.

Qualche minuto dopo si avviciní² il governatore, chiese scusa, traccií² una sbarra sul biglietto e lo riconsegní² al maestro.

Si leggeva: “Kitagaki chiede udienza.”

“Sia il benvenuto”, disse il maestro zen di Tofuku.

Su una portaerei: “MISSIONE COMPIUTA” (striscione messo sulla USS Lincoln il giorno 1 maggio 2003, quando il Presidente Bush ha annunciato la fine delle grandi operazioni militari in Iraq. Quel giorno, il numero di soldati americani morti era 217. Il giorno in cui scrivo questo testo, il conto è arrivato a 2.700)

Per il rabbino Adin Steinsaltz: “Quando qualcuno cerca di scoprire chi è, servendosi di cose secondarie come termine di paragone, trova una serie di conchiglie vuote – che per acquistare un senso dipendono l’una dall’altra.

Non è corretto definirsi amico di tizio, figlio di caio, dirigente con una tale carica, che svolge questo o quel compito. Perché tutto cií² che andremo a scoprire con questo metodo sono alcuni aspetti di noi stessi – aspetti generalmente oscuri e incompleti, di un individuo che sta tentando di rendersi visibile a spese degli altri.

L’unico rapporto possibile è con il Signore: da lí¬, tutto comincia ad avere un senso, e noi ci apriamo a un significato pií¹ grande.”

Secondo Sant’Agostino: La superbia non è grandezza, è gonfiore. Cií² che gonfia sembra grande, ma in verití  è una malattia.

Consiglio del Tao Te Ching: E’ meglio non riempire completamente un vaso piuttosto che tentare di trasportarlo quando è pieno.

Se affiliamo troppo un coltello, il filo non si manterrí .

Se l’oro e la giada riempiono un salone, le loro qualití  non potranno mantenere la sicurezza.

Quando la ricchezza e le onoranze conducono all’arroganza, subito dopo sicuramente seguirí  il male.

Quando facciamo in modo che il nostro lavoro e il nostro nome comincino a essere noti, la saggezza consiste nel ritirarci nell’oscurití  non appena il compito sia terminato.

(continua: Avarizia)

Edizione nº 136 : Nel castello di Sí£o Jorge, settembre 2006

Secondo me, la solitudine è il peggiore di tutti i mali. Al contrario della fame, della sete e della malattia, che quando ci colpiscono ci forzano a prendere un atteggiamento, la solitudine spesso si maschera dietro un’aura di virtí¹ e di rinuncia.

Ma oggi sono solo perché l’ho scelto.

E’ una giornata speciale per me: sto camminando a piedi nel tiepido autunno europeo, scendo per un grande viale, passo accanto a persone che parlano di anime o di tabaccherie. Sto camminando per Lisbona: salgo al castello di Sí£o Jorge, guardo il Tago, l’Atlantico, e cerco di non pensare a nulla.

Fra poco in Brasile sorgerí  il sole, le librerie cominceranno ad aprire e il mio nuovo libro incontrerí  per la prima volta la mano di un lettore. Dopo aver pubblicato tanti titoli, forse penserete che io mi sia abituato. Invece no, grazie a Dio. Provo ancora la stessa eccitazione e lo stesso entusiasmo di quando “Il diario di un mago” fu pubblicato venti anni fa.

Prendo questo quaderno che ho in tasca e comincio a scrivere: oltre all’entusiasmo e all’eccitazione, sto provando anche paura?

Mi fermo, ascolto il vento fra gli alberi, rifletto bene e scrivo: “No, non ho paura”. In questo momento sono come una madre che sta dando alla luce un bambino, o un padre che accetta, infine, che sua figlia vada a vivere fuori casa con il compagno.

“Penso a come reagirí  il lettore?” annoto sul quaderno.

Di nuovo ascolto il vento, ed ecco la risposta: certo. In fin dei conti, ci ho messo il meglio di me, e come tutti voglio che il mio amore sia compreso. Un grande mistico domenicano del XIV secolo, conosciuto come Maestro Eckhart, disse una volta: io sono un uomo e fa parte della condizione umana condividere questo con altri uomini. -Tutto quello che ho guardato e visto, che ho provato nella mia camminata dall’albergo al castello, sono stati dei tentativi di condividere un po’ la visione di vita di ciascuno. Le piastrelle sulle facciate delle case, i disegni della cattedrale di Santa Maria Maggiore, il silenzio delle persone che pregavano, l’uomo che suonava la sua fisarmonica in un vicolo, estraneo a tutto cií² che gli succedeva intorno. Artigiani del passato e del presente, che tentano di dire: ecco cií² che penso, come sono.

Cinque giorni fa siamo entrati nell’autunno europeo, anche se fa caldo. Ma arriverí  l’inverno, il freddo deve essere implacabile, e gli alberi che in questo momento sono ancora coperti di foglie sospireranno tristemente quando queste cadranno. Sicuramente diranno: “Non saremo mai pií¹ come prima”.

Meno male. Altrimenti, qual è il senso del rinnovarsi? Le prossime foglie avranno una loro personalití , appartengono a una nuova estate che si avvicina e che non potrí  mai essere uguale all’estate che è passata.

Vivere è cambiare – è questa la lezione che ci insegnano le stagioni. Anche i fogli di ogni nuovo libro mi trasformano.

Sarebbe un po’ arrogante dire che non ho bisogno di dimostrare pií¹ niente a me stesso? Forse non è arroganza, ma di sicuro è una stupidaggine. Anche se ha gií  una storia da raccontare se avesse dei nipoti, colui che vive solo dei successi passati ha perduto il senso della vita.

Guardo di nuovo il fiume Tago e mi ricordo di alcuni versi di Fernando Pessoa:

Sul Tago si va nel mondo. Nessuno ha mai pensato a quello che c’è al di lí  del fiume del mio villaggio. Il fiume del mio villaggio non fa pensare a niente: chi sta accanto a lui sta accanto a lui.

Sono le ultime ore in cui il fiume del mio villaggio – il mio nuovo libro – appartiene solo a me. E cercherí² di rimanergli accanto, senza pensare a niente, guardando Lisbona, ascoltando le campane, i cani, gli strilloni, il riso dei bambini, le conversazioni dei turisti. Sembro un bambino e non mi vergogno di essere tanto eccitato. Chiedo a Dio che mi mantenga cosí¬.

La parola al lettore di questa newsletter

Anabel (Merida, Spagna)

Non so se tutto sia scritto, non so se una persona scriva la propria storia nel momento in cui nasce, o prima, o mentre vive. Sono convinta perí² che tutto cií² che ci accade nella vita abbia un senso, e percií² bisogna vivere intensamente ogni momento. Perché è l’oggi che ci permette di andare avanti, di spezzare le corde, di lasciare che la vita fluisca in piena libertí  e di capire che l’amore per l’istante è quello che ci rende felici. Amare quello che vediamo, quello che tocchiamo, quello che non capiamo, amare lo sconosciuto, quello che ci provoca inquietudine, il profondo e il superficiale, ma amare comunque.

Beba (Islamabad, Pakistan)

La vita è assolutamente impulsiva e finisce per guidarci su certe strade che non eravamo affatto convinti o entusiasti di percorrere. Ma, che ne sarebbe di noi senza queste sorprese? Faccio un brindisi a tutto cií² che di assurdo e meraviglioso continueremo a trovare a ogni passo avanti.

Iris (arrivando a Santiago de Compostela)

Quando sono arrivata nella Praí§a do Obradoiro, mi sono domandata: perché ho dovuto incontrare tante difficoltí ? Mi sono immessa nella fila interminabile per baciare il santo, tutto mi sembrava assurdo, tranne il ritrovamento di alcuni pellegrini che avevo conosciuto lungo il cammino. Sí¬, tutto era assurdo, eccetto la gioia di aver superato i miei limiti e di sentirmi, percií², una persona migliore. Meno male che non ho camminato insieme agli altri. Meno male che ho deciso di fermarmi ogni volta che il sole tramontava, evitando di domandarmi se mi trovavo vicino a un albergo o se c’era da mangiare. Meno male che ho mangiato un piatto di lenticchie che mi ha intossicato e costretto a dormire ai piedi di una montagna, in un luogo che non avrei conosciuto se non fosse stato per quel problema.

Meno male che ho fatto tardi e ho finito per passare la notte sotto un cielo stellato. Meno male che mi mettevo in cammino quando ne avevo voglia e mi fermavo quando volevo, senza nessuno che mi dicesse se era giusto o sbagliato. Meno male che stavo da sola, e cosí¬ la luna mi ha trattato in maniera del tutto speciale. Meno male che ho sbagliato strada quattrocento volte e ho finito per conoscere dei luoghi che nessun altro ha conosciuto. In una di queste deviazioni, sono rimasta seduta l’intera giornata davanti alla porta di un convento, pensando alla mia vocazione.

E’ proprio a causa di tante assurdití  e di tanti “meno male” che il viaggio è stato divertente. Perché la mia vita aveva una mèta, e d’ora in poi continuerí² a camminare solo per il piacere di andare.

Maximiliano (Veracruz, Messico)

Prima di una tempesta tutto è silenzio e calma, anche se possiamo sentire l’odore delle gocce d’acqua. Qualche giorno fa sono stato con un amico e sua sorella al Porto di Tuxpam. Era Carnevale, tutti si divertivano, ma sul pií¹ bello della festa il cielo ha cominciato a coprirsi di nuvole, i fulmini cadevano sempre pií¹ vicini e ha cominciato a piovere. Tutti sono corsi a cercare un riparo.

E all’improvviso, come se vi fosse una misteriosa comunicazioni fra le persone, siamo tornati tutti sulla strada, scoprendo che il temporale contribuiva unicamente a rendere il mondo pií¹ fertile e il clima pií¹ ameno. E’ tornata l’allegria, anche se nessuno capiva bene il motivo per cui fosse allegro.

Uno dei momenti pií¹ sublimi che si possano sperimentare è proprio vivere un temporale.

Edizione nº 134: Da amico ad amico

Ho saputo da mia nipote che “La strega di Portobello”, il mio nuovo libro, prima ancora di essere stampato, circolava gií  in Internet nella sua versione integrale. Mi sono incuriosito: come poteva essere successo?

Il mio passo successivo, ovviamente, è stato di andare a cercare in tutti i motori di ricerca dove poter trovare il manoscritto. Il risultato è stato: da nessuna parte. Mia nipote, comunque, mi ha fatto vedere l’originale. Ho supposto che fosse stato inviato da una delle cinque persone a cui sono solito mostrare i testi prima che siano pubblicati. Ma questo significava gettare dei sospetti su gente a cui voglio molto bene: inoltre, a loro mando i miei manoscritti inediti da anni, e questi non si sono mai, diciamo, “riversati” sul grande pubblico. Né del resto potevano essere stati gli editori, giacché loro non hanno il minimo interesse a diffondere gratuitamente qualcosa che è la loro fonte di guadagno.

Ho deciso cosí¬ di accantonare l’argomento: in fin dei conti, Internet è veramente un mezzo di democratizzazione della cultura. Ma ho insistito con mia nipote, di 24 anni, su dove avesse trovato il manoscritto. Dopo molta riluttanza, mi ha mostrato un universo che io, che navigo nel Web da dieci anni, ignoravo completamente e che è assolutamente impossibile da controllare (come spiegherí² alla fine – anche se sono convinto che gran parte delle persone che stanno leggendo questa newsletter sappiano gií  di cosa sto parlando).

E giacché non serviva a niente lottare contro l’impossibile, ho chiesto di conoscere questa gigantesca tela. Ossia, per quattro ore mi sono trasformato in un “pirata” di me stesso. Mia nipote insiste che non c’è niente di sbagliato, che questa è la cultura di Internet, che è proprio questo che sta cambiando il mondo e non le manifestazioni contro la globalizzazione nei forum mondiali.

Che cos’è la cultura di Internet? Riportando le sue parole: tu hai dei diritti basilari all’informazione e al piacere. Se hai il denaro per comprare un libro, vai e lo compri – è molto pií¹ piacevole leggere sullo stampato. Ma, se non ce l’hai, i tuoi diritti esistono comunque – e allora bisogna trovare una maniera per esercitarli.

Come? Esiste una zona strana nella rete, chiamata in inglese “Peer 2 Peer”. Ho cercato una traduzione (in un dizionario gratuito di Internet), e significa pií¹ o meno: “da amico ad amico”.

Come è cominciata? Mia nipote ha la risposta sulla punta della lingua. All’inizio, era la voglia di parlare con gli altri. In seguito, è venuta la necessití  di parlare con pií¹ persone nello stesso tempo. Ma conversare non basta: bisogna mostrare la musica, condividere il libro o il film che amiamo. Quando non c’era alcuna legge al riguardo, queste informazioni venivano scambiate liberamente. Infine, quando l’industria dell’intrattenimento se n’è resa conto ed è cominciata la repressione, i giovani in Internet sono riusciti a mantenersi sempre un passo pií¹ avanti, e la cosa continua ancora oggi.

Anche il concetto è cambiato: prima si trattava di condividere con gli amici qualcosa che si ammirava. Ora si tratta di rendere disponibile per chiunque qualcosa che riteniamo debba essere condiviso.

Il meccanismo funziona pií¹ o meno cosí¬: io compro un libro, mi piace. Faccio una scansione digitale delle sue pagine, lo inserisco nel mio computer e, nello stesso tempo, apro un canale in modo che qualcuno possa venire fin qui e prenderlo. Da parte mia, entro in questo canale e arrivo ai computer di altre persone e prendo anch’io tutto quello che mi interessa (normalmente, musiche e film). A poco a poco, questo materiale si trova immagazzinato in tutto il mondo, e nessuno riesce pií¹ a evitare che sia copiato.

Poi mi ha mostrato che solo in uno dei tanti siti di “Peer 2 Peer”, io ho 325 opere, in diverse lingue, in centinaia o migliaia di computer. Lo confesso: la cosa mi ha molto onorato, una dimostrazione che i lettori sono veramente la pedina fondamentale nella divulgazione di un lavoro, anche se cií² non avviene attraverso i mezzi convenzionali.

Ovviamente, non insegnerí² a nessuno come arrivarci – tutto cií² implica una serie di dispositivi legali e potrebbe complicarmi la vita. Né del resto serve digitare l’espressione nei motori di ricerca: q uesti non ti indicheranno la strada. Ma se hai in casa qualcuno al di sotto dei 18 anni, è pií¹ che sicuro che ha gií  una collezione di musica proveniente da questo sito. Domanda a tuo figlio, o a tuo nipote.

Ma, per favore, non dirgli che io l’ho scoperto solo ora: penserí  che sono troppo vecchio e cosí¬ perderí² un lettore.

Edizione nº 132A: Dialoghi con il Maestro – Organizzando la ricerca

Continuo a trascrivere alcuni brani dei miei appunti tra il 1982 e il 1986, sulle mie conversazioni con J., mio amico e maestro nella Tradizione di RAM. Mi ricordo che non facevo che chiedere consigli per qualsiasi decisione dovessi prendere. J. generalmente manteneva il silenzio, finché mi disse:

– Le persone che fanno parte del nostro quotidiano possono darci delle piste importanti sulle decisioni che dobbiamo prendere. Ma, per questo, basta uno sguardo acuto e un udito attento, perché quelli che hanno la soluzione sulla punta della lingua generalmente sono sospetti.

“E’ molto pericoloso chiedere un consiglio. E’ molto rischioso dare un consiglio, se abbiamo un minimo di responsabilití  nei confronti della persona con cui stiamo parlando. Se hai bisogno di aiuto, è meglio guardare come gli altri risolvono – o non risolvono – i loro problemi. Tante volte il nostro angelo usa le labbra di qualcuno per dirci qualcosa, ma questa risposta arriva in maniera casuale, generalmente in un momento in cui non permettiamo alle nostre preoccupazioni di oscurare il miracolo della vita.

“Lasciamo che il nostro angelo parli nel modo in cui egli è abituato: nel momento che egli ritenga necessario. I consigli sono soltanto teoria: vivere è sempre molto, molto diverso.”

Poi, mi raccontí² una storia interessante:

Il maestro Kais camminava con i suoi discepoli nel deserto quando incontrí² un eremita che si trovava lí¬ da anni.

I discepoli cominciarono subito a tempestarlo di domande sull’universo – ma finirono per scoprire che l’uomo non possedeva la saggezza che sembrava avere.

Quando ne parlarono a Kais, questi rispose:

“Non consultate mai un uomo preoccupato, per quanto buon consigliere egli sia; non chiedete aiuto all’orgoglioso, per quanto intelligente egli possa sembrare. Poiché le preoccupazioni e la vanití  ottenebrano la conoscenza.

“Soprattutto, diffidate di colui che vive in solitudine: generalmente non è lí¬ perché ha rinunciato a tutto, ma perché non ha mai saputo vivere con gli altri. Qual è la saggezza che possiamo aspettarci da questo tipo di persona?”

J. partí¬ per l’aeroporto, e io mi soffermai a riflettere sulla nostra conversazione. Avevo bisogno di aiuto, perché ripetevo sempre gli stessi errori. La mia vita ruotava intorno a vecchi problemi e io mi trovavo continuamente di fronte a situazioni che molte volte avevano attraversato la mia strada.

E questo mi deprimeva. Mi dava la sensazione che fossi incapace di progredire. Decisi di entrare in un bar che sono solito frequentare ancora oggi e di soffermarmi a osservare tutto cií² che accadeva intorno a me. Non vidi nulla, assolutamente nulla di nuovo, e cominciai a sentirmi di nuovo abbandonato.

Decisi di prendere un giornale che qualcuno aveva lasciato sul tavolino accanto e mi misi a sfogliarlo distrattamente. Scoprii cosí¬ una recensione di un vecchio titolo di Gurdjeff, che era stato da poco ripubblicato: il critico citava un brano del libro:

La fede cosciente è libertí .
La fede istintiva è schiavití¹.
La fede meccanica è follia.
La speranza cosciente è forza.
La speranza emotiva è vigliaccheria.
La speranza meccanica è malattia.
L’amore cosciente risveglia l’amore.
L’amore emotivo risveglia l’inatteso.
L’amore meccanico risveglia l’odio.

Lí¬ si trovava la risposta: gli stessi temi (fede, speranza, amore) con le loro sfumature, che portano sempre a conseguenze diverse. Cominciai a prendere coscienza che le esperienze ripetute hanno una finalití : insegnare all’essere umano quello che ancora non ha imparato. Da quel giorno, cerco sempre una soluzione diversa per ogni battaglia che si ripete – e a poco a poco ho trovato la mia strada.

Quando ci incontrammo di nuovo, gli domandai che cosa avrei dovuto fare per organizzare un po’ la mia ricerca spirituale, che sembrava non condurre da nessuna parte. Ecco la sua risposta:

– Non cercare di essere coerente sempre: scopri la gioia di essere una sorpresa per te stesso. Essere coerente è aver bisogno di abbinare sempre la cravatta con le calze. E’ essere obbligati a mantenere domani le stesse opinioni che avevi oggi. E il movimento del mondo – dove rimane?

“Purché non danneggi nessuno, cambia opinione di tanto in tanto, e cadi pure in contraddizione senza vergognartene: è un tuo diritto. Non importa cosa penseranno gli altri – perché essi penseranno comunque qualcosa.

– Ma stiamo parlando di fede.

– Proprio cosí¬. Continua a fare quello che fai, ma cerca di mettere dell’amore in ogni gesto: questo basta per organizzare la tua ricerca. Noi siamo soliti non dare valore alle cose che facciamo tutti i giorni, ma sono esse che stanno trasformando il mondo che ci circonda. Pensiamo che la fede sia un compito per giganti, ma basta leggere alcune pagine della biografia di qualsiasi uomo santo e vi scopriremo un uomo assolutamente comune – se non per il fatto che era deciso a condividere con gli altri il meglio di sé.

“Molte sono le emozioni che muovono il cuore umano quando esso decide di dedicarsi al cammino spirituale. Puí² essere un motivo ‘nobile’- come la fede, l’amore per il prossimo o la carití . O puí² essere solo un capriccio, la paura della solitudine, la curiosití , o il terrore della morte.

“Nulla di tutto cií² importa. Il vero cammino spirituale è pií¹ forte delle ragioni che ci conducono a esso e a poco a poco si impone, con amore, disciplina e dignití . Arriva un momento in cui ci guardiamo indietro, ricordiamo l’inizio del nostro viaggio, e allora ridiamo di noi stessi. Siamo stati capaci di crescere, anche se i nostri piedi hanno percorso la strada per motivi che erano molto futili.

– Come posso scoprire che, almeno, sto percorrendo con amore e dignití  questo cammino?

– Dio è solito servirsi della solitudine per insegnarci qualcosa sulla convivenza. A volte si serve della rabbia perché possiamo comprendere l’infinito valore della pace. Altre volte si serve del tedio, quando vuole mostrarci l’importanza dell’avventura e dell’abbandono.

“Dio è solito servirsi del silenzio per insegnarci qualcosa sulla responsabilití  di quello che diciamo. A volte si serve della stanchezza perché possiamo comprendere il valore del risveglio. Altre volte si serve della malattia quando vuole mostrarci l’importanza della salute.

“Dio è solito servirsi del fuoco per insegnarci qualcosa sull’acqua. A volte si serve della terra, perché possiamo comprendere il valore dell’aria. Altre volte si serve della morte, quando vuole mostrarci l’importanza della vita.”

– E che fare con il senso di colpa, che tutti noi abbiamo?

– In uno dei momenti pií¹ tragici della crocifissione, uno dei ladroni capisce che l’uomo che muore al suo fianco è il Figlio di Dio. “Signore, ricordaTi di me quando sarai nel Paradiso”, dice il ladrone.

“In verití , sarai oggi con me nel Paradiso”, risponde Gesí¹, trasformando un bandito nel primo santo della Chiesa Cattolica: San Dima.

“Non sappiamo per quale ragione San Dima fu condannato a morte. Nella Bibbia, egli confessa la sua colpa, dicendo che è stato crocifisso per i crimini che ha commesso. Supponiamo che avesse fatto qualcosa di crudele, tanto tenebroso da finire in quel modo: tuttavia, negli ultimi minuti della sua esistenza, un atto di fede lo redime – e lo glorifica.

“Ricordati di questo esempio quando, per qualche ragione, riterrai di non essere capace di proseguire nel tuo cammino.”