Edizione nº 164 : Il monumento mutante

Ho gií  visitato molti monumenti di questo mondo, che hanno cercato di rendere immortali le cittí  che li mettono in luoghi di rilievo. Uomini imponenti, i cui nomi sono ormai dimenticati, ma che sono ancora lí¬ in groppa ai loro splendidi cavalli. Donne che innalzano al cielo corone o spade, simboleggiando vittorie che ormai non risultano pií¹ neanche nei libri scolastici. Bambini solitari e senza nome, scolpiti nella pietra, dall’innocenza ormai per sempre perduta nelle ore e nei giorni in cui furono costretti a posare per qualche scultore, anch’egli dimenticato dalla storia.

E alla fin fine, a parte pochissime eccezioni (Rio de Janeiro è una di queste con il suo Cristo Redentore) non sono le statue che caratterizzano la cittí , ma le cose pií¹ inaspettate. Quando Eiffel costruí¬ una torre d’acciao per una esposizione non poteva immaginare che sarebbe finita per diventare il simbolo di Parigi, malgrado il Louvre, l’Arco di Trionfo e gli imponenti giardini. Una mela rappresenta New York. Un ponte non molto frequentato è il simbolo di San Francisco. Un ponte sul Tago c’è anche nelle cartoline di Lisbona. Barcellona, una cittí  piena di cose ben riuscite, ha una cattedrale mai terminata (La Sagrada Famí­lia) come suo monumento pií¹ emblematico. A Mosca, una piazza circondata da edifici e con un nome che non rappresenta pií¹ il presente (Piazza Rossa, in ricordo del comunismo) è il grande punto di riferimento. E cosí¬ via.

Forse pensando a questo, una cittí  decise di creare un monumento che non fosse mai lo stesso, che potesse sparire ogni sera e riappare l’indomani, che in ogni minuto del giorno si trasformasse, a seconda della forza del vento o dei raggi del sole. Narra la leggenda che fu un bambino ad avere l’idea, proprio nel momento di… fare pipí¬. Quando ebbe finito, raccontí² a suo padre che il luogo in cui abitavano sarebbe stato protetto dagli invasori se avesse potuto avere una scultura in grado di scomparire prima che questi si avvicinassero. Il padre andí² a parlarne con i consiglieri del villaggio che, malgrado avessero adottato il protestantismo come religione ufficiale e considerassero come superstizione tutto cií² che sfuggisse alla logica, pur tuttavia decisero di seguire il consiglio.

Un’altra storia racconta che, poiché un fiume si incontrava con un lago e provocava una corrente molto forte, proprio lí¬ fu costruita una centrale idroelettrica. Ma quando i lavoratori tornavano a casa e chiudevano le valvole, la pressione era molto forte e le turbine finivano per scoppiare. Finchè un ingegnere ebbe l’idea di metterci una fontana, da cui l’acqua in eccesso potesse defluire.

Con il tempo, l’ingegneria risolse il problema e la fontana divenne superflua. Ma, forse ricordando la famosa leggenda del bambino, gli abitanti decisero di mantenerla. La cittí  possedeva gií  molte fontane, e questa si sarebbe trovata in mezzo a un lago: cosa fare per renderla visibile?

E fu cosí¬ che nacque il monumento mutante. Furono montante delle potenti pompe, e oggi il monumento è un fortissimo getto d’acqua, che spruzza 500 litri al secondo in verticale, a 200 km all’ora. Dicono, e io l’ho verificato, che puí² essere visto addirittura da un aereo che vola a 10.000 metri. Non ha un nome particolare: si chiama proprio “Getto d’Acqua”, simbolo della cittí  di Ginevra (dove non mancano sculture di uomini a cavallo, donne eroiche e bambini solitari).

Una volta ho domandato a Denise, una scienziata svizzera, che cosa ne pensasse del Getto d’Acqua.

– Il nostro corpo è fatto nella sua quasi totalití  di acqua, dove passano scariche elettriche che comunicano informazioni. Una di queste informazioni viene chiamata Amore, e puí² interferire in tutto l’organismo. L’amore cambia continuamente. Penso che il simbolo di Ginevra sia il pií¹ bel momumento all’amore concepito dall’arte dell’uomo.

Non so se il ragazzino della leggenda avesse pensato a questo, ma trovo che Denise abbia perfettamente ragione.

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